“Siamo più della somma dei giudizi su di noi”: il monologo di Giovanna Mezzogiorno a Le Iene

Giovanna Mezzogiorno torna a "Le Iene" per un toccante monologo sul valore del no. Giovedì 8 ottobre è uscito il film "Sotto a chi tocca" di Giorgio Pasotti

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Martina Dessì

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Capita a tutti di uscire da un colloquio, da un esame o da una telefonata importante con la sensazione di essere stati pesati su una bilancia starata. Giovanna Mezzogiorno ha voluto portare esattamente quella sensazione sul palco de Le Iene, ospite della puntata dell’8 ottobre 2026. Il suo monologo, che segna un ritorno attesissimo in tv dopo anni trascorsi a occuparsi solamente della sua vita privata, inizia da lontano. Dal primo provino, addirittura, che le era sembrato durare un’eternità. Ma quanto costa un no? Probabilmente tutta una carriera.

Il provino più lungo della storia: Peter Brook, l’Amleto e quella Ofelia

L’attrice apre con un ricordo che somiglia a una leggenda teatrale: “Il mio provino è stato forse il più lungo della storia”. Dietro quella battuta si nascondono mesi interi di lavoro, “oltre un anno sul palco a scambiarmi le parti dell’Amleto” con altri attori, prima che Peter Brook le chiedesse di essere Ofelia.

Un esordio del genere lascerebbe immaginare una carriera tutta in discesa. Il racconto di Mezzogiorno prende invece un’altra direzione: da lì in poi sono arrivati “tantissimi no”, nei provini per i film più attesi come in quelli piccoli, quelli dove reggi il cartello con il tuo nome scritto sopra.

I no ricevuti e quelli detti: perché oggi Giovanna Mezzogiorno li rifarebbe

Ma il monologo di Giovanna Mezzogiorno riguarda un altro tipo di rifiuto, quello pronunciato. A diciannove anni un regista la avvicinò con malizia e, notando il suo imbarazzo durante il provino, le chiese: “Ma tu, questo film, lo vuoi fare o no?”. Lei rispose di no, perché quella situazione la metteva a disagio: “Non sono a mio agio”, disse. Quando poi una collega vinse un premio importantissimo proprio con quel ruolo, il pensiero fu immediato: forse era stata poco furba. Oggi la lettura si è ribaltata e l’attrice racconta di essere felice di quella scelta. Ha pagato “il costo dei no ricevuti ma anche di quelli pronunciati”, e il conto le sembra giusto.

Un rifiuto, spiega, ha spesso “più a che fare con le aspettative degli altri che con il nostro valore”: in quel preciso istante qualcuno sta valutando un aspetto del nostro lavoro, mai la persona che siamo. Ecco perché conviene smettere di temere i no. Evitarli “può farci sentire al sicuro, ma è un’illusione che ci imprigiona”, avverte l’attrice, perché “valiamo molto ma molto di più della somma dei giudizi” di tutti gli altri su di noi.

Il presente dell’attrice spiega il senso di queste parole. Giovanna Mezzogiorno è tornata al cinema con Sotto a chi tocca, terzo film da regista di Giorgio Pasotti, che recita anche accanto a lei insieme a Rocco Papaleo e Stefano Fresi. La storia deriva da “Il metodo Grönholm” di Jordi Galceran e mette in scena una selezione del personale che si trasforma in una guerra di nervi: esami, sguardi, verdetti. Un ritorno di peso, soprattutto alla luce dei suoi ultimi anni, tutti trascorsi a spiegare perché avesse deciso di prendersi una pausa dal lavoro per crescere i suoi gemelli, che oggi sono adolescenti, e a lasciare andare le critiche spesso feroci sul suo conto. “Mi dicevano che ero malata”, aveva raccontato, ma oggi quel passato sembra lontanissimo ed è arrivato il momento di tornare a recitare.

Il testo del monologo di Giovanna Mezzogiorno a Le Iene

“Il mio provino è stato forse il più lungo della storia. Oltre un anno sul palco a scambiarmi le parti dell’Amleto con altri attori, finché Peter Brooke non mi chiese di essere Ofelia. E sembra l’inizio di una carriera in discesa. Eppure, da lì in poi, ho ricevuto tantissimi no. Sia ai provini per i film importanti, sia in quelli dove reggi il cartello col tuo nome scritto sopra. Ho preso il costo dei “no” ricevuti ma anche di quelli pronunciati. Già a 19 anni, quando un regista mi aveva avvicinato con una certa malizia, notando il mio imbarazzo al provino mi chiese: “Ma tu, questo film, lo vuoi fare o no?”. E io dissi di no, che non ero a mio agio. Poi, quando per quel ruolo una collega vinse un premio importantissimo, subito pensai che non ero stata troppo furba. Ma oggi, sono felice di averlo fatto. Quando riceviamo un no, spesso, questo ha più a che fare con le aspettative degli altri che con il nostro valore. Magari non viene apprezzato un aspetto del nostro lavoro in quel preciso istante, ma non ciò che siamo. Per questo non dobbiamo avere paura dei rifiuti. Evitarli può farci sentire al sicuro, ma è un’illusione che ci imprigiona perché noi valiamo molto ma molto di più della somma dei giudizi di tutti gli altri su di noi”.

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