Il ritorno dello Scià, chi è Reza Cyrus Pahlavi

La storia di Reza Cyrus Pahlavi, il Principe in esilio che è tornato alla ribalta dopo le proteste in Iran

Pubblicato:

Antonella Latilla

Giornalista, esperta di tv e lifestyle

Giornalista curiosa e determinata. Scrittura, lettura e cronaca rosa sono il suo pane quotidiano. Collabora principalmente con portali di gossip e tv.

Quasi cinquant’anni lontano dalla sua terra, Reza Pahlavi, 65 anni, Principe ereditario dell’Iran e figlio dell’ultimo Scià, tenta oggi di ritagliarsi un ruolo centrale nel futuro del suo Paese. Una figura sospesa tra memoria e speranza, tra il peso di un passato ingombrante e la responsabilità di guidare una nuova generazione.

Con le proteste in Iran contro il regime islamista, Pahlavi è tornato sotto i riflettori internazionali lanciando messaggi ai manifestanti e invitandoli a non mollare. “Il nostro obiettivo non è più solo scendere in piazza; il nostro obiettivo è prepararci a conquistare e difendere i centri urbani”, ha scritto su X.

Reza Pahlavi si è inoltre detto certo che il potere degli Ayatollah nella Repubblica islamica “cadrà” e che “tornerò in Iran, sono l’unico che può garantire la transizione“.

La storia di Reza Pahlavi, il Principe in esilio che cerca di riconquistare l’Iran

Reza II Cyrus Pahlavi, 65 anni, è oggi il capo della dinastia Pahlavi e, per i suoi sostenitori, detiene il titolo di Scià dalla morte del padre nel 1980.

Nato a Teheran il 31 ottobre 1960, la sua nascita fu un sollievo per Mohammad Reza Pahlavi: finalmente un erede maschio al cosiddetto Trono del Pavone. Reza è figlio del terzo matrimonio dello Scià con Farah Diba, mentre dai precedenti matrimoni del padre nacquero la Principessa Shahnaz e una storia di scandali e passioni che ancora alimenta l’immaginario del Medio Oriente.

La prima moglie dello Scià, Fawzia d’Egitto, sorella di Re Farouk, fu un’icona di eleganza e glamour durante la sontuosa corte persiana. Il loro matrimonio terminò con un divorzio, lasciando inizialmente Shahnaz come unica erede.

La seconda moglie, Soraya Esfandiary Bakhtiary, figlia di un diplomatico e di madre russo-tedesca, conquistò le cronache mondane con il suo fascino e il suo stile, ma il matrimonio si concluse perché Soraya non riusciva a restare incinta.

La terza moglie, Farah Diba, incontrata a Parigi mentre studiava architettura alla Sorbona, divenne la compagna stabile dello Scià e madre dei suoi quattro figli: Reza II, Farahnaz, Ali Reza e Leila.

Farah Diba fu protagonista della modernizzazione dell’Iran. Fu la prima Shahbanou della storia persiana, promuovendo riforme sociali, istruzione, arte e cultura. Sotto la sua guida, nacquero l’Università di Shiraz e il Museo d’Arte Contemporanea di Teheran, che oggi ospita opere di Picasso, Monet, Warhol e Pollock.

La caduta della monarchia nel 1979 segnò l’inizio dell’esilio. Persecuzioni, anonimato forzato e tragedie familiari segnarono profondamente la vita della famiglia Pahlavi: i due figli più giovani, Leila e Ali Reza, si suicidarono a causa dello stress emotivo derivante dall’esilio. Solo la nascita postuma della figlia di Ali Reza, Iryana Leila, portò un po’ di sollievo.

Reza II ha costruito la sua vita tra Stati Uniti e Europa. Nel 1986 ha sposato Yasmine Etemad-Amini, avvocato e figlia di una facoltosa famiglia iraniana in esilio, con cui ha avuto tre figlie: Noor, Iman e Farah. La primogenita, classe 1992, pur non avendo mai messo piede nel Paese dei suoi genitori è molto vicina all’Iran e collabora attivamente a Phoenix Project of Iran, organizzazione che affronta diverse questioni iraniane. Anche sui social parla attivamente di quello che sta accadendo in Medio Oriente.

La sorella Iman, un anno più piccola, lavora come dirigente senior presso l’American Express e nel 2025 è convolata a nozze con l’imprenditore Brad Sherman. La più piccola Farah, arrivata nel 2004, studia attualmente presso l’Università del Michigan.

La dinastia Pahlavi: cento anni tra lusso, riforme e rivoluzioni

Nel 2025 la dinastia Pahlavi ha celebrato il suo primo centenario: un secolo intriso di potere, lusso e trasformazioni radicali. Tutto iniziò nel 1925, quando Reza Khan Savad Koohi, militare di prestigio del clan Palani, originario della provincia settentrionale di Mandazeran sulle rive del Mar Caspio, salì al potere dopo il colpo di stato del 1921.

In un Iran frammentato tra influenze britanniche e sovietiche, Reza Khan, a capo della Brigata Cosacca, fu proclamato Shah dal Majlis e adottò il nome dinastico di Pahlavi, segnando l’inizio di un ambizioso processo di modernizzazione del Paese.

Il suo regno, durato fino al 1941, vide la trasformazione della Persia in Iran, un nome più inclusivo per le diverse etnie dell’impero. Reza Shah guidò infrastrutture e istruzione: strade, ferrovia Transiraniana, scuole laiche e l’Università di Teheran. Con il sostegno della moglie, promosse il cosiddetto Risveglio Femminile, incoraggiando le donne a liberarsi del chador sul posto di lavoro, una riforma che anticipava di decenni la modernità iraniana ma che allo stesso tempo scatenò l’opposizione dei mullah.

La Seconda Guerra Mondiale pose fine al suo regno: la politica di neutralità e la presenza di tecnici tedeschi nell’industria petrolifera portarono all’invasione britannica e sovietica dell’Iran. Reza Shah fu esiliato e il trono passò al figlio Mohammad Reza Pahlavi, ventiduenne.

Il giovane Scià proseguì l’opera paterna, trasformando l’Iran in uno stato moderno e urbanizzato. Industrializzazione, infrastrutture, urbanizzazione e istruzione d’élite plasmarono una nuova classe media. Con la Rivoluzione Bianca del 1963, introdusse riforme sociali e socioeconomiche radicali: redistribuzione delle terre, alfabetizzazione rurale, modernizzazione sanitaria e ampliamento dei diritti delle donne. Ma questi cambiamenti provocarono resistenze feroci, soprattutto dal clero sciita, il cui potere economico e culturale era stato ridimensionato.

Nonostante i progressi, il governo dello Scià fu anche sinonimo di disuguaglianze, corruzione e repressione politica. Il malcontento dilagò e culminò nella Rivoluzione Islamica del 1979, che costrinse la famiglia reale all’esilio. Mohammad Reza viaggiò tra Marocco, Messico, Panama e Stati Uniti, fino a stabilirsi in Egitto, dove morì nel 1980.

Oggi, a 46 anni dalla caduta del trono, il figlio maggiore, Reza Pahlavi, si trova di nuovo al centro della scena storica. Non come semplice evocazione del passato, ma come simbolo di una possibile transizione e unità per l’opposizione iraniana.

Per la prima volta da decenni, la narrazione del futuro non è più totalmente nelle mani della teocrazia. E l’Iran, ancora una volta, sembra avvicinarsi a una svolta decisiva.

© Italiaonline S.p.A. 2026Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963