“Ho dei genitori che mi aspettano”. Najmeh Amini ha 23 anni, studia contabilità e dal carcere di Vakilabad, a Mashhad, nel nordest dell’Iran, chiede che qualcuno si occupi di lei. Secondo HRANA e Iran Human Rights, è stata condannata a morte per blasfemia a causa di un post sui social. In un audio parla dei suoi sogni e si rivolge a chi può aiutarla.
Togliere la vita a qualcuno è un delitto imperdonabile, eppure alla fine del 2025 erano ancora 54 i Paesi che mantenevano la pena di morte, Stati Uniti compresi, secondo Amnesty International. E la storia di Najmeh è l’ennesima storia di una donna che rischia di essere uccisa proprio dallo Stato che dovrebbe proteggerne la vita e la libertà.
Indice
Najmeh Amini: “Non voglio fare la figura dell’eroina”
“Voglio solo che la mia voce sia ascoltata”. Najmeh lo ha detto nell’appello diffuso a settembre, quando ha chiesto all’Onu, agli avvocati e alle organizzazioni per i diritti umani di esaminare il suo caso. Vuole un processo equo e precisa di non voler essere considerata un’eroina. Ha diritto anche a questo: chiedere di essere aiutata senza dover diventare il simbolo di qualcosa.
HRANA ha pubblicato la notizia del messaggio il 20 settembre. Nell’audio lei racconta che la condanna è stata pronunciata il 16, dopo mesi trascorsi in carcere: era stata arrestata durante le proteste di inizio 2026 a Mashhad, la città in cui vive.
A giudicarla sono stati due tribunali. Una fonte vicina alla famiglia ha spiegato a HRANA che il tribunale penale l’ha condannata a morte per “insulto al Profeta”, dopo che l’accusa iniziale parlava di offese agli imam. Il tribunale rivoluzionario le ha inflitto altri dodici anni, sei mesi e un giorno di carcere per accuse che comprendono attività contro la sicurezza nazionale e propaganda contro il regime.
Del contenuto dei post contestati, invece, non sappiamo nulla: non è stato reso pubblico. Conosciamo le accuse e le pene, senza poter leggere le frasi per le quali una studentessa rischia di essere uccisa. E comunque nessuna opinione, per quanto possa essere considerata offensiva, dovrebbe costare la vita a chi l’ha espressa.
La risposta del giudice e la condanna che può ancora essere annullata
In tribunale la difesa ha sostenuto che Najmeh avesse scritto quelle frasi senza intenzione offensiva e sotto l’effetto di sostanze allucinogene.
La difesa aveva sostenuto che Najmeh avesse scritto quelle frasi sotto l’effetto di sostanze allucinogene, senza voler offendere. La legge iraniana prevede che in casi del genere si possa evitare la pena di morte, ricorda Iran Human Rights. Il tribunale non ha accettato questa spiegazione.
Il giornale iraniano Khorasan racconta anche la reazione del giudice: avrebbe chiesto a Najmeh perché, durante quelle allucinazioni, non avesse insultato l’America o Israele. Il resoconto è stato ripreso da Iran Human Rights.
Per aver scritto sui social qualcosa che al regime non piace si può rischiare la vita. È ciò che sta accadendo a Najmeh e che, avverte Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore di Iran Human Rights, potrebbe accadere a sempre più persone. Da qui la richiesta alla comunità internazionale di intervenire per far annullare la sentenza. La condanna non è ancora definitiva: la Corte suprema non l’ha confermata.