Judith van Vliet, color designer di fama internazionale, è anche quest’anno nella giuria del Fuorisalone Award, un riconoscimento dato agli allestimenti più significativi della Milano Design Week che si svolge dal 20 al 26 aprile 2026.
Trendsetter, esperta globale di strategia cromatica e CMFdesign, Judith van Vliet aiuta i brand a creare narrazioni cromatiche di grande impatto in tutti i settori. È stata presidente del Color Marketing Group e conduce il podcast The Color Authority ispirando i professionisti a vedere il colore come uno strumento strategico.
Dopo l’esperienza del 2025 (leggi la nostra intervista), Judith torna al Fuorisalone 2026 nuovamente come giurata e ci spiega cosa si aspetta di trovare tra le installazioni di quest’anno e come dovrebbe evolversi il mondo del design, con un occhio di riguardo ai colori.
Sei anche quest’anno nella giuria del Fuorisalone Award, che cosa ti aspetti dall’edizione 2026?
Mi aspetto più profondità e più sostanza. Lo scorso anno abbiamo visto tanta ricerca per attrarre l’attenzione, soprattutto attraverso colore ed effetti scenografici pensati per Instagram. Ma spesso mancava il vero valore del design. Vorrei vedere progetti che rispondano davvero alle domande del nostro tempo: sostenibilità, bisogni reali, responsabilità. Non solo qualcosa che “funzioni” visivamente, ma che guardi ai valori, a ciò di cui abbiamo davvero bisogno. Penso che il tema scelto quest’anno, “Essere progetto”, punti proprio su questo. Spesso si dice che il viaggio vale più della meta e questo funziona anche per il design. Non basta essere una vetrina premium per realizzare qualcosa di sostanziale.
Si tratta di una critica a una certa superficialità del sistema?
Sì, e non riguarda solo il Fuorisalone. È un tema più ampio. Si produce tanto, troppo, spesso senza una reale necessità. Si inseguono trend veloci, si cambiano colori o materiali senza un vero processo progettuale. E invece il design è soprattutto processo: ricerca, confronto, sperimentazione. È lì che impariamo davvero. Il tema “Essere progetto” rivela la narrativa, lo storytelling di quello che c’è dietro a ciò che viene presentato, è nel fare il progetto che il designer impara, apprende cose nuove, per cui è più stimolante, anche se ovviamente dà grande soddisfazione soddisfare le aspettative del cliente. Quello che io e i miei colleghi però abbiamo osservato è che negli ultimi anni la tendenza si è spostata sull’apparenza, su luoghi e installazioni dove farsi belle foto per Instagram. Ci sta anche questo, ma non deve essere il focus.
Questa mancanza di sostanza è evidente solo nei grandi eventi o nel design in generale?
In generale. Il Salone è solo una vetrina di quello che succede nel settore. Oggi è difficile essere davvero innovativi, perché ci sono tantissimi designer. Ma questo non giustifica il fatto di trascurare la sostenibilità o di riproporre continuamente reinterpretazioni senza evoluzione. A volte sembra che il mercato sia fermo. Oggi ci sono tantissimi designer, tantissimi prodotti, e diventa sempre più difficile innovare davvero. Ma invece di rallentare e riflettere, si accelera. Si produce di più, spesso senza una reale necessità. E in questo processo la sostenibilità viene messa in secondo piano. È paradossale: in un momento storico in cui le risorse sono limitate, continuiamo a progettare come se non lo fossero.
Nel Nord Europa la sostenibilità è parte della cultura, non una tendenza. È integrata nel modo di vivere e quindi nel progetto. Nel Sud, Italia compresa, c’è attenzione, ma non è ancora così radicata. E oggi non può più essere opzionale: deve essere il punto di partenza.
A proposito di “essere progetto”, quanto conta nel tuo lavoro il processo creativo?
Tantissimo. Per me tutto parte da una sfida. Dico sempre “sì” a un progetto, e poi mi chiedo come realizzarlo. Il processo è la parte più emozionante: analizzare il mercato, capire il cliente, studiare materiali e colori. Il momento in cui sperimento combinazioni cromatiche è quello che amo di più. Il risultato finale è importante, ma è il percorso che ti fa crescere.
Il designer deve tornare a essere un osservatore attento e sensibile. Deve leggere il mondo: non solo trend e report, ma anche dinamiche sociali, economiche, politiche. Tutto influisce sul progetto. E poi deve prendersi il tempo di sperimentare. Io, per esempio, parto sempre dall’analisi del mercato e dei competitor, ma poi entro in una fase molto libera, quasi intuitiva, soprattutto quando lavoro sul colore. È lì che succede qualcosa di interessante.
Il colore è centrale nel tuo lavoro. Che ruolo ha oggi nel design?
Il colore è fondamentale, spesso più di quanto pensiamo. È uno dei primi elementi che il nostro cervello percepisce, anche se in modo inconscio. Molte delle nostre scelte sono guidate dal colore, senza che ce ne rendiamo conto. Però non esiste da solo: è sempre legato alla forma, al materiale, alla luce. Cambia completamente a seconda del contesto in cui viene applicato.
Ha ancora senso parlare di tendenze colore?
Sì, ma dobbiamo cambiare prospettiva. Il sistema delle tendenze annuali è sempre meno sostenibile. Non possiamo reinventare tutto ogni anno. Io lavoro sempre più su macro-tendenze, con una durata di almeno cinque anni. Questo permette ai clienti di sviluppare prodotti più coerenti e duraturi. Inoltre, ogni mercato ha le sue specificità: non esiste una tendenza universale. Bisogna adattare, interpretare.
Ci dai qualche anticipazione sulle tendenze colore in Europa?
Per il 2026 vediamo una palette più sofisticata e meno immediata: viola profondi, rossi con una componente blu, burgundy molto scuri. Sono colori che sembrano caldi, ma hanno una base fredda, che li rende più meditativi, più complessi. Accanto a questi, ci sono blu classici e azzurri più leggeri, quasi eterei. E poi colori terra e aranci più decisi, che portano energia.
Nel 2027 vedremo una forte presenza di verdi — salvia, alga, agave — con una componente blu. E un ritorno di aranci più caldi, come pesca e albicocca. È interessante perché si crea un equilibrio tra naturale e artificiale, tra comfort e tensione.
Qual è l’elemento fondamentale nel design? Forma, materia o colore?
Non si possono separare. Il colore è spesso la prima ragione per cui scegliamo un prodotto, anche inconsciamente. Ma funziona insieme alla forma e alla materia. E oggi aggiungerei anche la luce. Il vero obiettivo è creare equilibrio, soprattutto pensando al benessere delle persone. Viviamo in un momento complesso, tra crisi economiche, ambientali e sociali. Le persone hanno bisogno di ambienti che le supportino emotivamente. Il design può fare molto in questo senso. Ma per farlo deve essere più consapevole, più lento, più profondo. È questo che manca ancora in molti progetti: non basta stupire, bisogna far stare bene.
Il Fuorisalone dovrebbe andare in questo senso. Dovrebbe ritrovare un equilibrio. Meno sovrastimolazione, meno eccesso. Oggi spesso esci da certe installazioni sopraffatto, quasi stanco. Invece dovremmo creare esperienze più intime, più mirate, che permettano alle persone di connettersi davvero con il progetto. Quando questo succede, il design torna a essere significativo.