Achille Costacurta e Marco Del Torchio: “Vi raccontiamo cosa è successo in India”

L'amico e agente di Achille Costacurta, Marco Del Torchio: "Le condizioni in India erano dure, ma non è stato questo il vero problema"

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Federica Cislaghi

Royal e Lifestyle Specialist

Dopo il dottorato in filosofia, decide di fare della scrittura una professione. Si specializza così nel raccontare la cronaca rosa, i vizi e le virtù dei Reali, i segreti del mondo dello spettacolo e della televisione.

Achille Costacurta si è trovato al centro di polemiche e critiche sterile a fine gennaio, solo perché ha raccontato sui social di aver scelto di lasciare prima del tempo il retreat spirituale in India dove era andato assieme al suo amico e agente, Marco Del Torchio.

Le sue parole sono state in alcuni casi strumentalizzate, dando vita ad attacchi ingiustificati e a volte pretestuosi.

Achille Costacurta e Marco Del Torchio, che hanno vissuto insieme quell’esperienza, ci hanno detto come sono andate davvero le cose, quali sono state le reali difficoltà che hanno incontrato, spiegandoci i motivi dietro le loro scelte.

Il racconto di Achille Costacurta

Come è andata in India? Ci racconti cosa è accaduto nel retreat?
È stata un’esperienza molto dura, una cosa nuova che non avevo mai fatto nella mia vita. Io sono sempre pronto a fare esperienze nuove, soprattutto quelle un po’ difficili, sofisticate e impegnative. Questo ritiro è stato molto bello, ma non sono riuscito a completarlo, perché iniziando da zero a fare meditazione sono arrivato alla fine delle mie 60 ore che non riuscivo più a concentrarmi, a stare attento.
Sentivo che mi stavo innervosendo anche per piccole cose. Ho imparato col tempo che quando capisco che sto diventando nervoso, prima di fare casino come facevo una volta, preferisco andare via. Anche a casa, quando capisco che una cosa non mi sta bene, esco, vado a fare una passeggiata per stemperare il nervoso e ritrovare la calma.
Il ritiro è stato molto bello, gli ospiti erano quasi tutte persone del posto, tranne pochi stranieri, tra cui un italiano. C’era tanta disciplina e a me la disciplina fa bene, perché, in considerazione del mio passato, le esperienze sfidanti – come dicevo prima – che impongono regole ed orari, mangiare cose diverse, saltare la cena, non fumare, stare in silenzio, mi aiutano. Ad esempio, io non avevo la doccia ed ero costretto a lavarmi in un catino. Un tempo mi sarei molto arrabbiato, ma adesso non ho nemmeno replicato e me lo sono fatto andare bene. Un Achille di anni fa non ce l’avrebbe fatta a sostenere tutto ciò. Tra l’altro, grazie a questa esperienza sto smettendo di fumare e questo è molto positivo.
Quando abbiamo lasciato il centro prima del tempo, i monaci non hanno voluto la nostra donazione, perché non abbiamo completato il corso. E questo mi è spiaciuto, avrei voluto farla. È stata un’esperienza dura ma positiva. Prima di lasciare il retreat, ho avuto modo di parlare con un ragazzo indiano che medita da anni e mi ha detto che in nessun posto fanno 12 ore di meditazione come lì. Il nostro guro mi ha rassicurato dicendomi di non preoccuparmi nonostante non abbia completato il percorso. Mi ha detto di non preoccuparmi, anche se non ho completato il percorso. Mi ha detto: ‘Non hai perso, hai fatto quello che il tuo corpo sentiva giusto di fare, non hai sbagliato, non sentirti in difetto’.

Marco Del Torchio
Achille Costacurta in India

Che cosa hai imparato da questa esperienza?
Da questa esperienza, ho capito come si medita: ci hanno spiegato di chiudere gli occhi, respirare e focalizzarci solo sul triangolo tra la punta del naso e il labbro superiore, di concentrarci sull’aria che entra ed esce e poi sulle sensazioni all’interno di questo triangolo, tipo un pizzicare, che è l’energia che riusciamo a creare. Ho notato che se riesco a meditare almeno dieci minuti alla mattina, al pomeriggio e alla sera, riesco ad essere molto più concentrato durante la giornata e ad essere molto più tranquillo e calmo. Sono molto grato per questo. Ringrazio davvero i monaci per avermi introdotto in questa realtà che spero di portare avanti.

Il racconto di Marco Del Torchio

L’esperienza nel retreat ha fatto molto discutere, soprattutto dopo che si è saputo che siete andati via prima del previsto. Ma cosa è successo davvero?
Pensavamo fosse un luogo di meditazione, ma non immaginavamo ritmi così estremi: sveglia alle quattro del mattino e fino a dodici ore e mezza di meditazione al giorno durante le quali eravamo obbligati a tenere una posizione precisa, seduti con la schiena dritta, le gambe incrociate, faceva davvero male. Tutto era rigidamente scandito. Ti svegliavano alle 4 del mattino per meditare, se ti avessero sorpreso a dormire durante la meditazione, ti avrebbero richiamato immediatamente. In particolare, la mattina presto ci controllavano per evitare che ci addormentassimo. Dopo la meditazione mattutina c’era una breve colazione e un piccolo break. Seguivano altre due o tre ore di pratica, poi il pranzo — l’unico vero pasto — un’ora d’aria e di nuovo meditazione fino a sera. Niente cena, solo una pausa per il tè prima di andare a dormire. Per chi non ha mai vissuto qualcosa del genere è uno shock totale.
Anche se i monaci sono stati gentilissimi con noi, non hanno nemmeno voluto la donazione, perché abbiamo deciso di andare via prima. Per loro era una questione di principio. È un dettaglio che racconta quanto prendano sul serio quel percorso.
Le condizioni in quel retreat erano davvero dure. E poi Achille è stato più sfortunato di me. Ad esempio nella sua camera la doccia non funzionava ed era costretto a lavarsi in una bacinella con acqua gelida. Siamo arrivati convinti che fosse un luogo di meditazione intenso ma gestibile. Non immaginavamo una disciplina così estrema.

Oltre alla disciplina, che cosa vi ha colpito di più?
Non potevamo parlare con nessuno, né tra di noi né con gli altri partecipanti. Silenzio assoluto dal momento dell’ingresso. Ci hanno separati in stanze diverse con perfetti sconosciuti e persino uno sguardo poteva essere motivo di richiamo. Non avevamo libri, carta, penna: nulla. Quando mediti ti vengono mille pensieri e idee, ma non poterle annotare genera una frustrazione enorme.

Siete stati accusati di aver filmato la vita nel retreat, anche se era proibito: perché lo avete fatto?
Abbiamo fatto delle riprese con occhiali smart e non c’era alcun divieto sul loro uso. Ci siamo detti: quando usciremo da qui e racconteremo tutto, nessuno ci crederà.  Comunque, abbiamo ripreso solo alcuni dettagli essenziali — il letto, il cibo, le condizioni quotidiane — senza mostrare le persone né disturbare la pratica. Non volevamo violare regole, ma documentare una realtà difficile da immaginare.

Marco Del Torchio
Il racconto dell’India di Achille Costacurta e Marco Del Torchio

Avevate idea di quanto sareste rimasti?
Dovevano essere dieci giorni, ma quando perdi ogni riferimento — niente telefono, niente orologio — smarrisci completamente la cognizione del tempo. Era scandito solo dai suoni del centro. Ancora oggi faccio fatica a dire quanti giorni siano stati davvero.

Malgrado la fatica, questa esperienza vi ha trasformato?
Assolutamente. Dopo due o tre giorni inizi a percepire il mondo in modo diverso. Durante l’ora d’aria mi sembrava tutto magico: il giardino curato benissimo, gli scoiattoli sugli alberi e ho imparato a distinguere gli uccelli per il loro verso.  Quando sei lì e non hai niente, ogni cosa è amplificata e ti soffermi sui dettagli che magari prima avresti dato per scontato. Ti accorgi di quanto la vita quotidiana sia piena di piccoli privilegi che ignoriamo. È come se qualcosa si resettasse dentro di te. E questo te lo porti anche fuori.

Prima di lasciare l’India, avete vissuto un momento molto bello
Achille voleva fare qualcosa di bello. Ad Achille piace fare nuove amicizie, così ha comprato dei palloni e ha cercato dei bambini con cui giocare. All’inizio erano diffidenti, poi un ragazzo di quattordici anni che parlava inglese ha organizzato una partita in un campo privato. È stata una scena incredibile: squadre improvvisate, entusiasmo puro. Alla fine Achille ha regalato i palloni e ha donato a quel ragazzo — tifoso del Milan — una cartolina autografata da suo padre. Quando ha visto la firma non riusciva a crederci.

C’è stato anche un momento simbolico legato a Gandhi, giusto?
L’ultimo giorno era l’anniversario della sua morte. Siamo andati a portare dei fiori alla sua statua a Calcutta. Le persone ci hanno accolto con un calore incredibile: vedere due europei rendere omaggio a una figura così importante li ha colpiti molto. È stato un momento di grande connessione.

Contro le polemiche che cosa vuoi ribadire?
Che non ci aspettavamo una prova così dura. Fare meditazione è una scelta, ma dodici ore e mezza obbligatorie, il silenzio totale e la privazione di tutto sono un’altra cosa.  Sia io che Achille [Costacurta] ci teniamo a sottolineare che per una persona che non ha mai praticato meditazione, vivere in silenzio, seguire un’alimentazione vegetariana richiede un livello di spiritualità a cui un occidentale non è normalmente abituato, a meno che non abbia già intrapreso questo percorso. Se una persona è abituata a questo tipo di esperienza interiore, è un conto. Partire da zero, è un’altra cosa. Non è mancanza di coraggio: è confrontarsi con un limite che non avevi mai immaginato. E da esperienze così, nel bene o nel male, si esce diversi. Alla fine di questa esperienza abbiamo portato a casa una bella cosa.
Ma non vogliamo che ci siano fraintendimenti: le difficoltà che abbiamo incontrato non riguardano l’ambiente e la durezza della condizione in cui ci siamo trovati. La vera difficoltà per noi esseri umani è riuscire a concentrarci su noi stessi.
La storia di questa esperienza che io e Achille vi abbiamo raccontato, è il soggetto di una puntata del docureality che stiamo realizzando. Sarà disponibile tra due o tre mesi sul canale YouTube di Achille.

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