Pierina morta nello schianto con l’ex: l’ombra di un altro femminicidio

Aveva lasciato il compagno e cercato aiuto. Si indaga sul frontale a Cassano Magnago: il sospetto è che l’auto sia stata usata come un’arma.

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

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Pierina Buffon aveva 69 anni e aveva deciso di chiudere una relazione durata circa otto anni. Venerdì 16 ottobre è morta sulla tangenziale di Cassano Magnago, nel Varesotto, nello scontro frontale tra la sua Dacia e la Jaguar guidata dall’ex compagno, Fulvio Ielmini, 73 anni. Quello che inizialmente era apparso un incidente è diventato un’inchiesta per femminicidio e omicidio volontario aggravato dai futili motivi.

La Procura di Busto Arsizio ipotizza che l’uomo abbia provocato deliberatamente l’impatto, invadendo la corsia sulla quale viaggiava Pierina. La relazione depositata dalla polizia locale ha contribuito alla modifica dell’ipotesi di reato, inizialmente omicidio stradale, l’Ansa riferisce che la lancetta del tachimetro della Jaguar era rimasta bloccata sui 140 chilometri orari: un elemento al vaglio degli investigatori, mentre gli accertamenti tecnici dovranno ricostruire velocità e dinamica.

Dietro lo schianto emerge una storia di paura. Secondo i familiari e l’avvocata Cinzia Botta, che assisteva Pierina, Ielmini non avrebbe accettato la separazione. La donna si era rivolta alla legale per tutelarsi: erano state inviate diffide ed era stata presentata una denuncia per i presunti comportamenti persecutori. Le ricostruzioni pubblicate divergono sulla successione temporale di questi atti.

Uno dei figli, intervistato dal Tg3, ha sostenuto che la madre fosse stata aspettata e inseguita, dichiarando di avere video a sostegno. Il 19 ottobre alcuni media raccolgono testimonianze sugli appostamenti dell’ex vicino all’abitazione e riferiscono che, prima della morte, non fossero state adottate misure di protezione. Circostanze sulle quali sarà necessario fare piena luce.

Un altro filone riguarda il possibile controllo degli spostamenti della donna attraverso un Gps. Secondo quanto riportato dalla stampa, i familiari avevano trovato in passato un localizzatore sulla sua auto. Un dispositivo satellitare è stato sequestrato nell’abitazione dell’indagato: gli investigatori dovranno verificarne l’utilizzo e l’eventuale collegamento con lo schianto.

Ielmini è ricoverato e piantonato all’ospedale di Varese, nega responsabilità e sostiene che si sia trattato di un incidente, la difesa riferisce uno stato confusionale. Sono attesi l’autopsia e una perizia cinematica. Pierina era madre di sei figli, era rimasta vedova e aveva gestito una stireria prima della pensione. Chi la conosceva la ricorda come una donna gentile, sempre legata alla propria famiglia.

Ci sono tanti modi per uccidere una donna. E c’è una domanda che ritorna, ogni volta che la cronaca ci consegna un altro nome: quanto deve cambiare la propria vita una donna per poter continuare a viverla?
Pierina aveva scelto di interrompere una relazione. Una decisione che apparteneva a lei, come appartiene ad ogni persona il diritto di andarsene, di cambiare idea, di smettere di amare. Aveva cercato tutela: oggi la sua famiglia deve chiedere che venga ricostruita la verità sulla sua morte.

Sarà l’inchiesta a stabilire se quella Jaguar sia stata usata per ucciderla. Ma l’ipotesi investigativa ci obbliga a guardare anche dove, all’inizio, sembra esserci soltanto un incidente. Perché un’automobile può diventare un’arma e le lamiere possono nascondere una storia cominciata molto prima dell’impatto. Guardare quella storia è un dovere necessario verso chi non può più raccontarla.

Il rischio è fermarsi alla scena finale, alle vetture distrutte, ai soccorsi, alla strada chiusa. E lasciare sullo sfondo la libertà di una donna, le sue paure, le richieste d’aiuto. Eppure è proprio lì che dobbiamo tornare: al tempo in cui quella donna era viva e chiedeva di poterlo restare senza essere perseguitata.

Diciamo alle donne di denunciare. Poi dobbiamo ancora domandarci che cosa accade dopo, quali risposte arrivano, con quali tempi, con quale capacità di riconoscere il pericolo. Ogni richiesta di protezione esige ascolto e valutazioni concrete, la denuncia è un passo che una donna compie affidandosi alle istituzioni: dietro quelle carte c’è una persona che deve tornare a casa, lavorare, uscire, attraversare una strada.

Per Pierina quel tempo è finito. Restano i figli, le persone che le volevano bene, una vita che nessuna sentenza potrà restituire. Resta il dovere di accertare ogni responsabilità, anche rispetto a ciò che ha preceduto lo schianto. La giustizia comincia dalla verità. E dal rifiuto di considerare inevitabile la morte di una donna che aveva scelto di essere libera.

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