Jenni Westerlund, l’incredibile donna che ha recuperato i sub morti alle Maldive

Unica donna nel team di sub esperti a livello mondiale, Jenni è la 38enne finlandese che ha recuperato i corpi e dato un po' di pace alle famiglie. Ma non chiamatela eroina: “Ho fatto solo il mio dovere”

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Sara Gambero

Giornalista esperta di Spettacolo e Lifestyle

Una laurea in Lettere Moderne con indirizzo Storia del Cinema. Appassionata di libri, film e del mare, ha fatto in modo che il lavoro coincidesse con le sue passioni. Scrive da vent’anni di televisione, celebrities, costume e trend. Sempre con un occhio critico e l'altro divertito.

La tragedia dei cinque sub morti alle Maldive ha scosso e colpito moltissima l’opinione pubblica. Perché sono morti in una maniera orribile, in un posto che nell’immaginario collettivo è un Paradiso. Mentre loro nel Paradiso hanno trovato una morte atroce. Perché erano ragazzi giovani e pieni di vita, facevano un lavoro bellissimo (salvaguardare il mare)  e tra loro c’erano anche una madre con la sua giovanissima figlia.

Quando nella operazioni di ricerca e recupero dei corpi sono stati contattati i sub più esperti a livello mondiale  e hanno riposto all’appello tre finlandesi, un’altra cosa ha colpito molto: che tra i tre (Sami Paakkarinen, Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist) ci fosse una donna, altrettanto giovane. Una donna a fare un lavoro pericoloso e normalmente di competenza maschile. Jenni Westerlund, questo il appunto suo nome, una “wonder woman” (ma a guai a chiamarla cosi) che non ha esitato un attimo a partire e immergersi per trovare e recuperare i corpi di Monica Montefalcone, sua figlia Giorgia Sommacal, Muriel Oddenino, Federico Gualtieri e Gianluca Benedetti. Per poterli “riportare a casa” , consegnarli ai loro cari e dare un po’ di pace alle famiglie.

Vedere questa ragazzona bionda immergersi nelle acque, bardata con attrezzatura e bombole, e poi riemergere dopo tre ore, stanca, provata ma consapevole di aver portato a termine la sua missione, mi ha emozionata e credo abbia meozionati tutui. Ho pensato cosa dovesse aver provato nel trovarsi di fronte i corpi (“erano tutti lì, in filan indiana”) dei sub morti, nell’arpionarli per riportarli in superficie. Una donna di 38 anni, che ha fatto una cosa difficilissma, sia fisicamente che emotivamente. Una donna che non rilascia interviste, schiva, riservata, che continua a ripetere: “Non è stato facile. Ho fatto solo il mio dovere“.

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Jenni Westerlund, la sub finlandese che ha recuperato i corpi degli italiani morti alle Maldive

Jenni nella sua vita, in anni in cui le sue coetanee vanno a ballare, ha compiuto missioni pericolose ma importantissime, come quella del 2014 (aveva solo 26 anni): l’operazione di salvataggio nella grotta di Plura in Norvegia. Nel suo curriculum ufficiale, si legge infatti che “ha partecipato a operazioni di immersione e recupero avanzate, che richiedevano precisione, disciplina e un forte coordinamento di squadra, tra cui l’operazione di salvataggio nella grotta di Plura e una missione di recupero in grotta in Messico nel 2014”.

Una donna forte e determinata, che riesce a mettere da parte l’emotività sul lavoro ma anche molto timida, che accetta di farsi intervistare soltanto con domande e risposte scritte, via whatsapp.

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Sami Paakkarinen, Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist

Intervistata in questo modo dal Corriere, ha detto: “Lavoriamo nel modo più rispettoso possibile, trattando con la massima attenzione i corpi che recuperiamo. Spero che le famiglie troveranno finalmente pace“.

A livello tecnico, spiega “In base alle operazioni, ci dividiamo i compiti. Nella grotta ci siamo occupati di recuperare le persone da quell’ambiente e, poiché non è un compito facile, lavoriamo insieme per farlo nel modo più scrupoloso possibile, assicurandoci di non causare danni durante il recupero”. E sul fatto di essere unica donna, dice: Nella nostra squadra siamo tutti uguali. Essere donna non fa differenza“.

Eppure Jenni è una donna che per forza di cose ha imparato a mettere da parte l’emotività e quella parte di sensibilità spiccatamente femminile: “Durante l’immersione io e i miei compagni ci concentriamo sul compito. Durante la missione mettiamo da parte le emozioni“.

Jenni racconta al Corriere: “Ho iniziato immergendomi nel Mar Baltico, dove la visibilità non è eccezionale, ma in Finlandia abbiamo delle belle miniere dove possiamo immergerci. Sono straordinarie e offrono un’ottima visibilità. Tutto è iniziato lì”

“Mi immergo dal 2010, ho seguito numerosi corsi e ho maturato esperienza con migliaia di immersioni e molta pratica

Ma soprattuttol, alla domanda su come si senta ad essere considerata una eroina, Jenni ribadisce: “Sono molto onorata di tutta questa attenzione, ma sento di aver semplicemente fatto il mio dovere e spero che le famiglie troveranno finalmente pace”.

Jenni, Sami e Patric non hanno voluto essere pagati, non hanno chiesto nulla, hanno solo dato. Hanno fatto una cosa difficilissima rischiosa, per quanto loro fossero esperti, solo per riportare quei corpi alle loro famiglie. Per restituire un figlio, un fratello, una moglie. Per ricordare a tutti che esistono ancora persone che fanno il bene senza cercare guadagni, applausi, riconoscimenti. E che meritano tutto il nostro rispetto.

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