Benedetta Rossi e l’adozione: la felicità degli altri è diventata un bersaglio?

L’annuncio dell’adozione di Benedetta Rossi scatena anche le polemiche. Da quando la felicità degli altri è diventata un problema?

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

Benedetta Rossi e suo marito Marco Gentili hanno condiviso con milioni di persone una delle notizie più belle della loro vita. Dopo anni di attese, colloqui, documenti, speranze e silenzi, stanno partendo per andare ad abbracciare le loro due bambine. Un viaggio che li renderà genitori.

Sotto il loro post, su Instagram e Facebook, è successo quello che probabilmente ci si aspetta davanti a una notizia così: migliaia di messaggi di auguri, persone che si sono emozionate, famiglie adottive che hanno rivissuto il proprio percorso e donne che si sono riconosciute nel desiderio, a volte doloroso, di diventare madri.
Poi, però, la discussione si è spostata su un altro social. E il tono è cambiato.

C’è chi ha scritto: «Sono troppo anziani per adottare.» Chi ha commentato: «Perché non hanno adottato bambini italiani?» Qualcun altro ha tirato in ballo la fecondazione eterologa, come se fosse un confronto da fare proprio nel giorno di una notizia così. E non è mancato nemmeno chi ha sostenuto che non avrebbero dovuto raccontarlo pubblicamente perché «porta male».
Leggendo quelle parole mi sono fermata a pensare.
Davvero siamo arrivati al punto in cui persino la nascita di una famiglia deve trasformarsi in un processo?

Ricordo perfettamente un’intervista che Benedetta Rossi aveva rilasciato a Verissimo. Parlava della mancanza di figli con una sincerità disarmante. Disse semplicemente visibilmente commossa: “Non sono arrivati”. Ma in quelle poche parole c’era tutto il dolore di una donna che aveva desiderato diventare madre e non aveva potuto farlo.
Quel dolore, in parte, lo conosco anch’io.
Quando mio marito era gravemente malato ci dissero che avere un secondo figlio sarebbe stato praticamente impossibile. Noi avevamo già un bambino, eppure ricordo benissimo quella sensazione. All’improvviso vedevo solo donne incinte, passeggini, neonati. Mi chiedevo perché proprio a noi fosse stata tolta quella possibilità.

Forse è anche per questo che oggi mi riesce naturale essere profondamente empatica davanti alla felicità di Benedetta e Marco.
Perché conosco anche tante famiglie che hanno scelto la strada dell’adozione.
Una coppia di amici ha adottato due fratellini in Congo. Ricordo ancora l’angoscia di quando le pratiche vennero improvvisamente bloccate. Sapevano che quei bambini li stavano aspettando, ma non potevano raggiungerli. Era come avere due figli dall’altra parte del mondo senza poterli stringere.

Un’altra mia amica ha adottato tre bambini.
Un’altra ancora ha accolto due bambine in affido che, con il tempo, sono diventate figlie anche davanti alla legge.
E c’è una frase che mi hanno ripetuto tutte.
“Quando abbiamo incrociato i loro occhi abbiamo capito che erano i nostri figli.”
Non parlavano di DNA, né di genetica: parlavano di amore.
Per questo faccio fatica a comprendere chi riduce tutto a un dibattito sull’età dei genitori, sul Paese di provenienza dei bambini o sul fatto che avrebbero dovuto scegliere un’altra strada.

L’adozione non è una scorciatoia: é uno dei percorsi più complessi che una coppia possa affrontare.
È fatto di attese infinite, colloqui, verifiche, paura che qualcosa si fermi all’ultimo momento e di una pazienza che probabilmente nessuno immagina finché non la vive.
Ed è proprio per questo che trovo bellissimo che Benedetta Rossi e Marco Gentili abbiano deciso di condividere questo momento con le persone che li seguono da anni.
Non lo hanno fatto per cercare applausi, lo hanno fatto perché chi li segue conosce anche il pezzo di strada che li ha portati fin lì.
La loro non è una storia costruita per i social, è una storia iniziata molto prima dei social.

Naturalmente nessuno è obbligato a seguirli, nessuno è obbligato a emozionarsi.
Sui social esiste un gesto semplicissimo: si scorre oltre.
Quello che faccio più fatica ad accettare è il bisogno quasi compulsivo di entrare nella felicità degli altri per rovinarla. Come se nessuna buona notizia potesse più restare tale. Come se ogni gioia dovesse essere smontata, giudicata, ridimensionata.
E invece, ogni tanto, potremmo concederci una cosa molto più semplice: essere felici perché qualcun altro è felice, perché oggi due bambine stanno per trovare una mamma e un papà.
E due persone che erano già genitori nel cuore stanno finalmente per diventarlo anche nella vita.

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