A volte la casa comincia a “pesare”. Gli armadi si chiudono a fatica, le mensole si riempiono di oggetti che non guardiamo da mesi, i cassetti straripano di cose messe lì “per ora” e mai più toccate. Ed è forse questo il motivo per cui, prima o poi, tutte sentiamo la necessità di svuotare, alleggerire, ripartire da capo. I giapponesi, per questo bisogno, hanno un rituale antico e preciso, l’Oosouji. Tradizionalmente lo praticano a fine anno, come grande pulizia prima del primo gennaio, ma lo spirito si adatta a qualunque periodo stiamo vivendo, che sia un cambio di stagione o quel rientro di settembre che spesso viene letto come un nuovo inizio.
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Cosa significa Oosouji e da dove nasce
La parola, alla lettera, vuol dire “grande pulizia”. Niente di più semplice, in apparenza. Dietro l’espressione, però, si nasconde un gesto carico di significato: eliminare la polvere e le impurità dell’anno trascorso per accogliere quello nuovo in una casa pulita. Oggi questa tradizione viene spesso interpretata anche come un’occasione per alleggerire gli spazi e, insieme, la mente, per liberarsi del superfluo per fare posto a quello che deve arrivare. Un modo di chiudere un ciclo e aprirne un altro, con le mani in pasto tra polvere e cassetti.
La pratica è profondamente legata alla tradizione shintoista; nelle settimane che precedevano il Capodanno si pulivano a fondo la casa e l’altare domestico per onorare il Toshigami, la divinità che porta con sé l’anno nuovo. Accoglierla in una casa lucida e ordinata era un segno di rispetto, quasi un invito formale rivolto agli spiriti buoni. Lo sporco accumulato, al contrario, avrebbe tenuto lontana la fortuna.
L’usanza discende da una pratica ancora più vecchia, il susu-harai, la “pulizia della fuliggine”, che ha origini documentate almeno nel periodo Heian, mentre in epoca Edo si consolidò come grande rito collettivo del 13 dicembre, quando le case venivano ripulite da cima a fondo, per prepararsi all’arrivo del nuovo ciclo. Curioso notare come oggi, in un Giappone sempre più veloce, questa consuetudine stia lentamente perdendo terreno tra le generazioni più giovani, proprio mentre in Occidente conquista sempre più estimatrici.
Come applicare il metodo con consigli moderni
Cosa distingue questo rituale da una normale giornata di pulizie? Prima di tutto, la consapevolezza. Passare l’aspirapolvere in modalità automatica, con la testa altrove, qui non funziona. Possiamo quindi usare l’Oosouji come occasione per guardare la casa con occhi nuovi, per osservare ogni angolo e ogni oggetto come uno specchio del nostro stato d’animo. Ogni gesto diventa lento, attento, quasi una forma di meditazione. Per accompagnare il lavoro possiamo anche scegliere un po’ di musica. Quella strumentale è una possibilità, soprattutto se vogliamo evitare che parole e ritornelli attirino continuamente la nostra attenzione e portino la mente lontano proprio da dove dovrebbe stare, ovvero nel presente.
Si procede sempre dall’alto verso il basso, dalle mensole e dagli scaffali fino al pavimento. La ragione è pratica prima ancora che simbolica: la polvere che smuoviamo in alto cade, e pulire per ultimo il pavimento evita di risporcare ciò che avevamo già sistemato. A questa regola se ne aggiunge un’altra: muoversi in senso orario stanza per stanza, come a chiudere idealmente il cerchio.
Nell’Oosouji ogni dettaglio non può essere sottovalutato, nemmeno una macchia trascurata o un oggetto rotto, perché possono disturbare più di quanto immaginiamo. L’ordine visivo, per quanto raramente lo confessiamo, aiuta la mente a ritrovare la calma. A questo punto è bene sottolineare che il rituale, nella sua versione tradizionale, prevede il coinvolgimento di tutta la famiglia. Ognuno prende in carico una parte, e la fatica condivisa diventa anche un momento di stare insieme, di preparare un nuovo inizio.
Come praticare l’Oosouji, passo dopo passo
Il primo gesto è aprire le finestre. Anche se fuori fa freddo, bastano dieci minuti perché l’aria giri e la casa cambi subito atmosfera. È un modo per segnare l’inizio, per dire a noi stesse che il momento è arrivato. Respiriamo a fondo e partiamo, perché ci attende il distacco, la fase più delicata. Prima di pulire, infatti, bisogna alleggerire: aprire mensole, cassetti e armadi e affrontare tutto ciò che si è accumulato senza motivo.
Qui torna utile un metodo semplice, quello dei due sacchi o delle due scatole. In una finisce ciò che lasciamo andare, nell’altra ciò che davvero vogliamo tenere. La regola d’oro è maneggiare ogni oggetto una volta sola e decidere sul momento, senza rimandare, perché il “vedremo poi” è il modo più sicuro per non liberarsi mai di nulla.
Solo a questo punto arriva la pulizia profonda: l’Oosouji chiede di spostare i mobili, svuotare i cassetti fino in fondo, passare su ogni superficie, comprese quelle che di solito facciamo finta di non vedere. Dietro il divano, sopra gli armadi, dentro il forno, negli angoli alti dove si annidano le ragnatele. Muovendoci sempre dall’alto verso il basso, arriveremo al pavimento per ultimo, quando tutto il resto brilla già.
Per evitare confusione, meglio procedere una stanza alla volta e portarla a termine prima di passare oltre. Vedere un ambiente finito, ordinato e pulito, dà una carica che spinge a continuare. Affrontare tutta la casa in una volta sola, saltando da una zona all’altra, porta invece a stancarsi in fretta e a lasciare tutto a metà. Se il tempo è poco, meglio dedicare un fine settimana intero al progetto, oppure spalmarlo su più giorni assegnando a ciascuno una stanza.
Questa pratica è interessante, ma il problema è mantenere quel risultato nel tempo: dobbiamo evitare che nel giro di poche settimane cassetti e mensole tornino a riempirsi. Bastano pochi minuti al giorno per rimettere ogni cosa al suo posto, e una piccola sessione settimanale per le superfici. E se abbiamo deciso di iniziare, allora facciamolo: scegliamo un cassetto, uno solo, e cominciamo da lì oggi stesso. Il resto, un ambiente alla volta, verrà da sé.