Ammettiamolo, vestirsi a colori mette di buonumore ma il rischio di sentirsi un po’ “Arlecchino” è dietro l’angolo. Ed ecco che, troppo spesso, finiamo per scegliere sempre gli stessi capi con le medesime tonalità. C’è un modo per uscire da questa “comfort zone” che proviene direttamente dal Giappone e si concentra in un piccolo libricino che può davvero svoltarci il guardaroba: si tratta dell’Haishoku Jiten, un piccolo “dizionario” delle combinazioni di colori firmato dal costumista e pittore Sanzo Wada.
L’intuizione di Sanzo Wada
L’Haishoku Jiten si deve alla sensibilità di Sanzo Wada, pittore, costumista, illustratore e accademico giapponese premiato con l’Oscar nel 1954 per gli straordinari costumi del film La porta dell’inferno.
Durante una fase di profondo rinnovamento artistico e di apertura alle influenze occidentali, negli anni ’30 Wada intuì l’urgenza di una standardizzazione cromatica. Così fondò la Japan Standard Color Association, pubblicando l’opera in sei volumi Haishoku Sōkan.
La sua intuizione fu tanto semplice quanto d’impatto: quella di sottrarre il colore a formule teoriche o puramente matematiche, studiando come le tinte dialogassero concretamente nei tessuti e nello spazio visivo. Wada si è ispirato alla tradizione dei kimono e ai cicli stagionali della natura, dimostrando come tonalità apparentemente distanti potessero convivere in armonie visive inedite ma d’effetto.
Come si usa il dizionario
La fortunata riedizione pubblicata da Seigensha sintetizza il lavoro di Sanzo Wada in 348 combinazioni cromatiche originali, suddivise in schemi a due, tre e quattro colori. Ogni sfumatura è indicata con il nome originale giapponese, la traduzione inglese e i precisi valori tipografici in quadricromia, affiancati da campionari cartacei ritagliabili per sperimentare i vari abbinamenti. Rispetto ai canoni occidentali, che si basano su contrasti complementari netti o tinte primarie accese, il metodo giapponese privilegia tinte terrose, gradazioni polverose e toni d’ombra. Decisamente molto più suggestivo.
Ma, a conti fatti, come si usa il piccolo dizionario? Per applicare le palette di Wada ai nostri look, non dobbiamo far altro che comporre un trio cromatico. Idealmente il 60% dell’impatto visivo va al colore dominante – quindi pensiamo a un capo come un cappotto strutturato oppure un abito fluido -, mentre alla tinta secondaria spetta il 30% – vedi pantaloni sartoriali o maglieria. Il restante 10% è riservato, infine, a un terzo colore (è quello degli accessori come scarpe, borse o sciarpe).
Accostamenti come cioccolato e glicine, oppure salvia e ruggine, risultano armoniosi proprio perché le tinte sono leggermente desaturate e non ci sono contrasti “forti” e, aggiungendo colori neutri come il denim scuro o l’avorio, si crea una sorta di raccordo visivo. L’insieme risulta, così, equilibrato e impeccabile.
Qual è la differenza con l’armocromia
La domanda vien da sé. Sentiamo parlare molto più spesso di armocromia e, anche in questo caso, abbiamo a che fare con i colori, ma il discorso è ben diverso rispetto al piccolo prontuario di Wada. L’armocromia si basa su regole più “rigide”, che talvolta escludono determinate sfumature in base al sottotono della pelle o alla palette stagionale. L’Haishoku Jiten, al contrario, propone un approccio fondato sull’armonia “relazionale” tra i colori: Sanzo Wada non valuta mai una tinta in modo isolato, ma osserva il suo potenziale espressivo quando entra in risonanza con altre gradazioni.
Non esistono tonalità “difficili” o poco valorizzanti, semplicemente non le abbiamo abbinate nel modo giusto. Pronte a ripescare dal guardaroba quei capi che non indossiamo da anni, dandogli nuova vita?