Venezia è una città che galleggia tra la bellezza più pura e un senso di decadenza che non ha mai smesso di affascinare nel corso dei secoli. Se ci siete stati, magari siete rimasti sorpresi dalla bellezza dei suoi palazzi, che si ergono proprio a un passo dai canali: alcuni raccontano storie di fasti incredibili, ma ce n’è uno, nel sestiere di Dorsoduro, che porta con sé un’ombra diversa: parliamo di Ca’ Dario. Affacciato sul Canal Grande, presenta una facciata asimmetrica che sembra quasi volersi sporgere sull’acqua. Eppure, nonostante lo splendore dei suoi marmi, è conosciuto in tutto il mondo come il “palazzo maledetto”. Una fama sinistra che ha spaventato acquirenti e turisti per secoli, alimentata da una sequenza di tragedie che hanno colpito chiunque abbia provato a possederlo.
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La storia di Ca’ Dario
Tutto inizia nel 1478, quando Giovanni Dario, un funzionario di alto livello della Serenissima, decide di commissionare la costruzione di un palazzo per mostrare a tutti il suo prestigio da un uomo che ha servito Venezia con dedizione, arrivando a negoziare la pace con gli ottomani. Per realizzare la sua dimora sceglie Pietro Lombardo, un architetto che ha già dato tanto alla città. Così nasce un gioiello di marmi policromi che si allontana dalla tradizione del gotico veneziano, introducendo un linguaggio rinascimentale nuovo, elegante e ricercato.
La storia del palazzo è legata fin dall’inizio alla famiglia Barbaro. Alla morte di Giovanni, la casa passa in eredità alla figlia Marietta, data in sposa a Vincenzo Barbaro. È qui che le cronache iniziano a farsi cupe. La famiglia rimane proprietaria dell’edificio per secoli, ma i passaggi di mano che seguono nell’Ottocento aprono una girandola di proprietari internazionali. Dallo studioso inglese Rawdon Brown a ricchi commercianti armeni, fino a miliardari americani. Ogni volta che il palazzo cambia padrone, sembra portarsi dietro un carico di instabilità. Ca’ Dario è stata testimone del tramonto della Repubblica e della nascita di una Venezia moderna, ma la sua essenza è rimasta legata a un’inquietudine che ne ha condizionato ogni vendita.
Le leggende, la “maledizione” e le morti “misteriose”
La parola “maledizione” non è usata con leggerezza, ed è bene specificarlo. Esiste persino un’interpretazione inquietante legata alla facciata stessa. L’iscrizione latina Vrbis Genio Ioannes Darivs (Giovanni Dario, in onore del genio della città) è stata negli anni riletta come un anagramma: Svb Rvina Insidiosa Genero, ovvero “io genero sotto una rovina insidiosa”. Una frase che, analizzata oggi, sembra aver agito come una profezia per molti dei suoi abitanti. La lista delle vittime attribuite al palazzo inizia proprio con Marietta, la figlia del committente, morta giovanissima, seguita dal marito Vincenzo e dal figlio, entrambi finiti tragicamente.
Proseguendo nei secoli, la catena di sventure non si interrompe. Nell’Ottocento, il commerciante Arbit Abdoll finisce in bancarotta poco dopo l’acquisto. Nel Novecento, la situazione precipita. Negli anni settanta, il conte Filippo Giordano delle Lanze viene ucciso proprio all’interno del palazzo dal suo amante. Poco dopo, l’edificio passa nelle mani di Kit Lambert, il celebre manager dei The Who. Lambert amava profondamente Venezia, ma confessava agli amici di sentire presenze oscure dentro quelle stanze, finendo per aggravare le sue dipendenze e morire tragicamente poco dopo aver venduto la casa.
Purtroppo, la catena di eventi nefasti non si è ancora conclusa. Negli anni Ottanta il palazzo viene acquistato da Raul Gardini. Il noto finanziere finisce coinvolto nelle tempeste giudiziarie di quegli anni e si toglie la vita a Milano nel 1993. Anche star internazionali come Woody Allen hanno mostrato interesse per l’acquisto, salvo poi ritirarsi dopo aver approfondito la storia della casa. Persino il tenore Mario Del Monaco rischiò la vita in un grave incidente d’auto proprio mentre stava trattando l’acquisto di Ca’ Dario.
Gli interni e lo stile architettonico
Al di là delle leggende, Ca’ Dario resta un capolavoro architettonico senza pari. La facciata è la sua firma: asimmetrica, con una larghezza di soli dieci metri, è decorata con oltre ottanta medaglioni circolari in marmo che creano un gioco di riflessi unico sull’acqua del Canal Grande. Quella pendenza che notiamo guardandola da fuori è il risultato di un cedimento strutturale delle fondazioni avvenuto nei secoli (problema che è stato risolto, ma che ha conferito all’edificio un aspetto ancora più romantico e, per certi versi, fragile.
Dentro le mura lo spazio si sviluppa in mille metri quadrati. Il benvenuto lo dà l’atrio, dove spicca una vera da pozzo in marmo, un pezzo che anticipa lo scalone monumentale diretto ai piani nobili. Le stanze hanno mantenuto un’anima antica, con i camini in pietra d’Istria e i soffitti a cassettoni. C’è pure un richiamo allo stile moresco nelle decorazioni, ma ciò che non manca è la luce, che entra decisa dalle bifore e dalle logge.
Sul retro, il palazzo nasconde un piccolo gioiello: un giardino privato di circa duecento metri quadrati, protetto da alte mura. È una casa con nove camere da letto e bagni in marmo che sono stati oggetto di recenti e profondi restauri.
Oggi è in vendita, ma chi la comprerà?
Oggi Ca’ Dario è tornata ufficialmente sul mercato. Dopo anni di silenzi e restauri, il palazzo è gestito da agenzie immobiliari di altissimo profilo, con richieste che sfiorano i venti milioni di euro. L’attuale proprietà, una società americana che ne ha curato il recupero strutturale (per conto di un anonimo, non si conosce il vero proprietario), sembra pronta a cedere il testimone. Ma la domanda che tutti si pongono a Venezia è sempre la stessa: chi avrà il coraggio di abitarci?
La storia, lo sappiamo bene, ha sempre un peso, e convivere con un’eredità di sfortune non è il sogno degli investitori immobiliari. Del resto, la rapidità con cui il palazzo è passato di mano negli ultimi decenni suggerisce che l’inquietudine non sia del tutto svanita.
Per ora, il palazzo resta lì, immobile e magnifico, in attesa che qualcuno tolga il vecchio catenaccio e varchi quel portone a filo d’acqua senza timore di ciò che le sue stanze potrebbero sussurrare di notte.