- La Giardia duodenalis è presente nei gatti e alcune varianti possono infettare anche l’uomo, sebbene la trasmissione diretta dagli animali domestici sia poco probabile.
- Negli Stati Uniti il parassita è stato rilevato nel 6,3% dei gatti analizzati; in Italia studi segnalano una diffusione significativa, soprattutto tra i randagi.
- L’infezione può causare disturbi gastrointestinali e si previene con controlli veterinari, pulizia accurata della lettiera e delle ciotole e lavaggio delle mani.
È un parassita microscopico, già conosciuto, che può nascondersi nell’intestino dei gatti e da luogo alla cosiddetta “febbre del castoro”. Si chiama Giardia duodenalis e, secondo quanto scoperto da una ricerca condotta negli Stati Uniti, in alcuni casi può essere trasmesso anche all’uomo. È presente anche in Italia e i sintomi possono comprendere crampi addominali, diarrea, gonfiore, nausea e stanchezza.
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Cos’è la “febbre del castoro” che colpisce i gatti
È conosciuta come “febbre del castoro” perché il veicolo principale di trasmissione è l’acqua, ambiente tipico in cui vive l’animale. Ma è presente anche in numerosi gatti: secondo quanto emerso da una ricerca, condotta su oltre 157mila campioni di feci feline in nord America, è presente nel 6,3% dei gatti domestici analizzati. Significa che 1 su 15 è portatore del parassita, il cui nome scientifico è Giardia duodenalis. Il piccolo microrganismo, però, può infettare anche l’uomo.
La diffusione dell’infezione, presente anche in Italia
Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Plos One, è stato realizzato in un arco temporale piuttosto lungo, tra l’8 marzo 2022 e il 31 agosto 2023, ma i risultati delle analisi sono arrivati solo adesso. I ricercatori hanno scoperto che la Giardia può caratteristiche genetiche differenti, chiamate tecnicamente “assemblaggi”: nel campione dei gatti risultati positivi all’infezione, il 18,5% ospitava gli assemblaggi A o B, che sono associati anche a infezioni umane. Significa che in quasi 1 caso su 5 tra i felini infetti, il parassita può contagiare anche il proprietario dell’animale domestico con cui vive.
Il rischio di contagio umano
Come precisato dagli studiosi, tuttavia, il rischio di contagio umano non rappresenta un nesso di causa-effetto: in altre parole, la presenza della variante genetica potenzialmente “zoonotica”, cioè trasmissibile tra specie differenti, non equivale alla certezza di contagio stesso. Piuttosto, i ricercatori hanno messo in guardia da una probabilità accertata e che non si limita al solo caso statunitense. Un altro aspetto sottolineato nel lavoro è la maggior presenza del parassita negli esemplari più giovani, in particolare nei gatti con meno di un anno di età: il 10,7% degli esemplari di felini con meno di un anno aveva la Giardia, rispetto ad appena l’1,3% degli animali adulti.
I sintomi della “febbre del castoro”
Sia nei felini che negli umani, i sintomi dell’infezione da Giardia duodenalis sono di tipo gastroenterico: se colpisce l’uomo generalmente ci sono febbre, nausea, dolori intestinali con possibili crampi, diarrea, gonfiore e stanchezza. Nel caso del gatto, ci si può accorgere del contagio se l’animale ha diarrea, disturbi intestinali e se perde peso. Occorre prestare attenzione, dunque, a possibili campanelli d’allarme che possono segnalare la presenza del parassita, con il quale si può venire in contatto tramite l’ingestione di cisti eliminare con le feci dell’animale infetto.
Il veicolo di trasmissione più diffuso è l’acqua contaminata, ambiente tipico in cui vive il castoro, da cui prende il nome la febbre (in inglese, beaver fever). Secondo i secondo i Centers for Disease Control and Prevention, l’ente che monitora lo sanità e la diffusione delle malattie negli Stati Uniti, è comunque poco probabile la trasmissione diretta dagli animali domestici del parassita, proprio perché è scarsa la possibilità che si tratti della variante genetica che è associata alle infezioni umane. Per evitare rischi viene comunque suggerito il rispetto delle comuni norme igieniche, con particolare attenzione alla condivisione di alcuni oggetti o spazi.
Le norme per evitare il contagio umano
Nonostante in alcuni casi l’infezione del felino possa essere asintomatica, in caso di sospetto di presenza della Giardia nel proprio animale, è bene rivolgersi a un veterinario, che può valutare se eseguire degli esami delle feci, per una diagnosi di “febbre del castoro” e, successivamente, decidere che tipo di terapia prescrivere all’animale. La prevenzione, però, rimane fondamentale: gli esperti consigliano di eseguire una regolare pulizia della lettiera del proprio animale domestico, possibilmente indossando guanti o comunque lavandosi le mani dopo averla svuotata e lavata. Lo stesso tipo di trattamento va riservato anche alle ciotole usate per il cibo e l’acqua del gatto, in modo da evitare contaminazioni.
Che rischi si corrono in Italia
Se le segnalazioni di diffusione della “febbre del castoro” arrivano dagli Stati Uniti, il parassita che ne è causa è presente anche in Italia. Seppure datato, uno studio del 2011 condotto su 181 gatti nelle zone centrali del Paese aveva rilevato la presenza della Giardia nel 6,1% dei campioni analizzati con tecniche molecolari, dunque con valori in linea con quanto appurato in America. In tre felini era stato trovato l’assemblaggio A, associato anche alle infezioni umane, mentre in altri casi di positività era stata riscontrata una positività all’assemblaggio F, più tipico e circoscritto al mondo animale.
Analizzando, invece, un campione di 133 gatti randagi, presenti sempre nelle regioni centrali nel 2022, la percentuale di infezioni è risultata molto maggiore: era pari al 35,3% dei campioni, ossia in oltre 1 gatto su 3. Non solo: in tutti i gatti che avevano il parassita intestinale questo è risultato appartenere all’assemblaggio con potenziale zoonotico, ossia trasmissibile all’uomo. Altre osservazioni hanno permesso di rilevare la presenza della Giardia anche in gatti randagi di Milano, nel 2,9% dei campioni su un totale di 139 felini presi in considerazione, nel 2013, mentre a livello nazionale i dati frutto di studi complessivi sul territorio indicherebbero che il parassita è presente in oltre 1 gatto su 10 (11,03%). Per questo andrebbe prestata particolare attenzione in caso di contatti diretti con le popolazioni feline di randagi.