Per troppo tempo l’obesità è stata vista esclusivamente come un problema solo estetico: chili di troppo e giro vita abbondante. Spesso, però, questa condizione viene vista come la conseguenza della scarsa di volontà di dimagrire, di mettersi a dieta, di praticare un’adeguata attività fisica, insieme alla capacità di contenere il desiderio di cibo. Per questo chi soffre di obesità ha vissuto e vive ancora oggi in una condizione di stigma. Ma di recente l’approccio è cambiato: oggi c’è la consapevolezza che si tratta di una patologia complessa, che richiede un intervento multidisciplinare all’interno del quale la componente psicologica e la ricerca di un equilibrio interiore sono fondamentali. Per farlo occorre partire dal concetto che l’obesità non si supera solo attraverso prescrizioni mediche.
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Obesità, una patologia che non si limita al peso
Nonostante l’Organizzazione Mondiale della Sanità abbia classificato l’obesità come una malattia cronica e recidiva, quasi 7 persone su 10 che ne soffrono sono convinte che sia una condizione “prevenibile attraverso scelte personali”. A dirlo sono i dati emersi da uno studio, pubblicato il 4 marzo scorso in occasione della Giornata mondiale contro l’obesità, il 4 marzo scorso. La ricerca, intitolata “Global Perceptions of Obesity Study” è stata realizzata in modo indipendente e in collaborazione con Lilly Global, per analizzare percezioni, conoscenze e barriere riguardo l’obesità a livello globale. Ciò che emerge dalle risposte raccolte in ben 14 Paesi differenti tra loro geograficamente e per stili di vita, è che la patologia non viene vissuta solo come una condizione negativa per il proprio stato di salute, ma come un fallimento personale. Milioni di persone provano la cosiddetta “self-blame”, un senso di vergogna per non essere riusciti a superare la propria condizione, come se dipendesse da una scarsa forza di volontà, da una mancanza di conoscenze adeguate sul tema.
Cos’è la self-blame connessa all’obesità
Secondo il report, quasi due terzi delle persone intervistate (63%) crede che “dieta ed esercizio da soli possano risolvere l’obesità”. Per il 71% resiste la convinzione che si tratta di una “condizione medica che richiede un intervento continuativo”, dimostrando così di seguire convincimenti interni piuttosto che le evidenze scientifiche. Nonostante l’81% di chi è obeso abbia tentato di perdere peso, solo il 35% ha consultato un medico, mentre il 33% – pari a una persona su tre – ha fatto ricorso a diete fai-da-te. Il problema, però, è anche che i pazienti che si sono affidati a uno specialista nella maggior parte dei casi hanno ricevuto indicazioni centrate quasi esclusivamente sul cambiamento dello stile di vita: per esempio, mangiare in modo più sano (che rappresenta il 60% delle raccomandazioni) o ridurre le porzioni (43%), rinforzando così l’idea che la mancanza di risultati sia da attribuire a una scarsa motivazione o impegno. Di fatto, quindi, la conseguenza è il rafforzamento di una narrativa negativa e una autocolpevolizzazione: la self-blame, appunto.
Il “peso” della vergogna
Gli effetti di questa percezione, però, alimentano di frequente un circolo vizioso: l’obesità, infatti, non è una scelta e non può essere superata esclusivamente con prescrizioni nutrizionali. Per affrontarla occorre un approccio a 360 gradi, che preveda in primo luogo un piano terapeutico adeguato, che valuti il fattore genetico, che risulta centrale in molti casi. A questo vanno affiancate abitudini e comportamenti salutari, che passano dall’alimentazione e da uno stile di vita attivo. Tra i consigli che possono risultare utili, ci sono quelli forniti da The Impossible Gym, un’installazione immersiva creata da Lilly, per vivere in prima persona le sfide quotidiane di chi convive con l’obesità. Tra le tips quotidiane si trova la sostituzione delle bevande zuccherate con acqua frizzante, il posizionamento nel frigorifero dei cibi più salutari davanti e all’altezza degli occhi, o ancora l’aggiunta di attività fisica quotidiana anche sotto forma di una breve passeggiata quotidiana, o lo scrivere un diario per annotare le proprie emozioni e stati d’animo, senza dimenticare l’importanza di smettere di seguire account social che generano senso di inadeguatezza. Occorre, poi, prestare la fondamentale attenzione alle caratteristiche peculiari di ogni paziente. Da non sottovalutare, però, anche il coinvolgimento della famiglia del percorso di trattamento scelto: in questo modo, infatti, non solo si possono condividere abitudini di vita sane, ma si può trarre giovamento dal sostegno dei propri cari, in modo positivo e meno solitario. Rendere partecipi i propri affetti degli sforzi messi in atto, inoltre, rafforza la volontà e permette di mettere in pratica attività corrette. Per esempio, si possono creare routine virtuose come la preparazione di ricette insieme, la condivisione di almeno una alla cena con la famiglia, ecc.
Non è solo un problema di chili
D’altro canto la solitudine, quando si vive in condizione di obesità, non è la sola causa di frustrazione che viene provato. Spesso convivono anche limitazioni fisiche vere e proprie, come quelle nei movimenti. Il fatto che si tratti di una patologia multifattoriale, infatti, non si limita alle cause (genetiche, biologiche, di stile di vita e alimentazione), ma riguarda anche le conseguenze: l’obesità, ad esempio, aumenta il rischio di altre patologie e problemi di salute come il diabete di tipo 2. Come emerso da uno studio, condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Copenhagen in Danimarca e pubblicato sulla rivista Diabetologia, l’obesità e lo stile di vita scorretto sono associati a un più alto rischio di sviluppare il diabete mellito di tipo 2, in maniera indipendente dal rischio genetico. In particolare, la condizione di grasso viscerale oltre la norma, porterebbe a un incremento di quasi 6 volte del rischio, rispetto ai soggetti con peso normale; l’effetto della predisposizione genetica e dello stile di vita sfavorevole, invece, appare più basso, con un aumento del rischio rispettivamente di 2 e 1,2 volte. Nei soggetti con un adeguato stile di vita favorevole e basso rischio genetico, in caso di obesità la probabilità di andare incontro a diabete di tipo 2 era invece di oltre 8 volte maggiore rispetto a quella di persone normopeso. Infine, i pazienti obesi, con stile di vita sfavorevole e una elevata predisposizione genetica avevano un rischio oltre 14 volte maggiore.
Perché è importante intervenire
Tra le patologie connesse a una condizione di obesità, però, non vanno dimenticate neppure le malattie cardiovascolari, l’ipertensione arteriosa e l’ipercolesterolemia. L’Istituto Superiore di Sanità sul portale Epicentro, ad esempio, ricorda i risultati di un’indagine condotta nell’ambito del progetto Cuore dello stesso ISS su uomini e donne tra i 35 e i 69 anni d’età, senza precedente evento cardiovascolare. Si è valutato “di quanto si riduce il rischio cardiovascolare se si riduce il sovrappeso. In Italia la popolazione studiata dal progetto Cuore tra i 35 e i 69 anni aveva un rischio medio di 2,4% (donne) e 10,7% (uomini) di sviluppare nel giro dei successivi 10 anni un evento cardiovascolare maggiore (per esempio, infarto del miocardio, ictus). Se le persone in eccesso ponderale avessero diminuito il proprio peso tanto da ridurre il proprio Imc di 1 unità, il rischio medio si sarebbe ridotto a 0,6% per le donne e a 3,9% per gli uomini. Applicati alla popolazione generale i benefici a livello di salute pubblica sono evidenti”.
A ciascuno il suo percorso
Per questo è fondamentale mettere in campo interventi adeguati per contrastare l’obesità, sia in termini di prevenzione, che di trattamenti medici e psicologici. Il primo passo, però, è una corretta diagnosi. Perché si possa parlare di obesità, infatti, occorre che non si prenda in considerazione il solo peso corporeo, in termini di BMI, l’indice di massa corporea: si ottiene dividendo il peso in chilogrammi di un individuo per il quadrato della sua altezza in metri quadrati: in caso di indice superiore a 25 si parla di sovrappeso, se invece è maggiore di 30 si entra nella fascia dell’obesità. Come ricorda il portale Lilly, la medicine company che integra la produzione di farmaci a studi clinici e consigli di salute, questo valore è frutto del mero rapporto tra altezza e peso, ma non tiene conto ad esempio della quantità di massa magra e massa grassa, come neppure dell’insieme delle condizioni generali dell’individuo e, ancora una volta, dello stile di vita e della storia personale (e psicologica) del paziente. Alla luce di queste evidenze, è opinione unanime l’urgenza di mettere al centro l’individuo: occorre chiarire, con l’adeguato supporto esterno, obiettivi concreti e realizzabili, in base agli obiettivi personali. Il primo passo è certamente una diagnosi accurata, che tenga adeguatamente in considerazione la componente biologica, generica, ambientale, comportamentale e il quadro generale di salute del soggetto, con un approccio empatico e un’attenzione particolare ai risvolti emotivi.
I benefici sul lungo periodo
Un adeguato intervento medico e psicologico, dunque, può permettere non solo il recupero della forma con la perdita di chili in eccesso, ma anche una serie di benefici di lungo periodo. Ad esempio, è provato che un calo ponderale possa consentire un miglioramento della quantità e qualità del sonno, grazie alla riduzione delle apnee ostruttive, frequenti nei casi di obesità e sovrappeso. A beneficiare di una condizione di ritrovato peso adeguato è anche la socializzazione grazie al superamento del senso di vergogna interno che prova chi soffre di obesità. Tutto ciò, a sua volta, contribuisce ad abbassare i livelli di stress, che notoriamente possono essere causa di mancanza di benessere psicologico, ma anche fattori che concorrono ad uno stato infiammatorio generalizzato.
Con il contributo non condizionante di Eli Lilly