Obesità in aumento, perché non aspettare. Le speranze dalle nuove ricerche e trattamenti

Cresce la sensibilizzazione nei confronti della patologia, riconosciuta come malattia cronica in Italia, ma aumentano anche le possibilità di intervento per superare il cosiddetto “self-blame” che vive chi soffre di obesità

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Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

Una vera “epidemia”: così l’Organizzazione mondiale della Sanità definisce l’obesità, parlando persino di “pandemia”, dal momento che il fenomeno ha assunto dimensioni globali. I dati parlano chiaro: in Italia circa 6 milioni di abitanti sono colpiti da obesità. Si tratta del 12% di tutti gli abitanti, compresi i bambini, tra i quali il fenomeno è in aumento. L’Italia, però, è stato il primo Paese al mondo a introdurre una legge che inquadra l’obesità come malattia cronica e sottolinea l’importanza di un approccio nuovo, multidisciplinare, che tenga in considerazione le ricadute in termini di salute fisica e mentale. Proprio alla luce di queste evidenze, aumenta la necessità di interventi sempre più accurati e multidisciplinari.

Obesità in crescita

La fotografia più recente sul fenomeno, che da più esperti in materia viene considerato come “la malattia del secolo”, è arrivata in occasione della Giornata mondiale contro l’obesità, il 4 marzo scorso. Nel 2010 si stimava che le persone colpite da obesità fossero 524 milioni nel mondo, cresciute fino a 890 milioni nel 2022 e con una previsione di aumento fino a 1,13 miliardi nel 2030, secondo la World Obesity Federation: significa un incremento del 115% in 20 anni, a fronte di una crescita della popolazione generale del 23%. La tendenza è confermata anche in Italia, dove il peso in eccesso è diventato molto frequente soprattutto tra i più giovani.

L’obesità interessa sempre più giovani

Secondo i dati del ministero della Salute, è un problema che interessa 1 bambino su 3. Come riporta il portale Epicentro dell’Istituto Superiore di Sanità, “In Italia è attivo dal 2007 il sistema di sorveglianza Okkio alla Salute, nato per monitorare l’evoluzione dell’obesità infantile e valutare gli interventi di promozione della salute avviati”. Le rilevazioni più recenti, riferite al 2023, indicano che “i bambini in sovrappeso sono il 19% e gli obesi il 9,8%, inclusi i bambini con obesità grave che rappresentano il 2,6% (secondo i valori soglia dell’International Obesity Task Force – IOTF); i maschi hanno valori di obesità leggermente superiori alle femmine (maschi obesi 10,3% vs femmine obese 9,4%)”. L’incidenza maggiore si registra nelle Regioni del Sud e in famiglie in condizione socioeconomica più svantaggiata.

Un problema senza confini

La situazione non è migliore nel resto del mondo. L’obesità colpisce 160 milioni di bambini e adolescenti nel mondo: si ritiene che rappresenti un problema per l’8% della popolazione nella fascia d’età 5-19 anni, quattro volte tanto rispetto al 1990, quando era pari al 2%.  Secondo un rapporto diffuso lo scorso settembre dall’Unicef, quest’anno per la prima volta l’obesità ha superato il sottopeso come forma più diffusa di malnutrizione, interessando 1 bambino su 10 in età scolare e adolescenziale. Si tratta di un paradosso, che però non risparmia la popolazione adulta. I più recenti report indicano che a livello globale è obeso il 16% degli adulti, ossia degli over 18. A preoccupare, è anche la percezione della patologia: nonostante sia riconosciuta come un fattore di rischio per la salute da 3 italiani su 4, solo il 2,7% ammette di soffrire di obesità.

Le cause dell’obesità in aumento

Il divario tra la consapevolezza del problema e la percezione della propria condizione rispecchia la complessità della patologia, anche nelle sue cause. L’OMS, infatti, definisce l’obesità come “malattia cronica, multifattoriale associata a una infiammazione silente di basso grado, recidivante, non trasmissibile, caratterizzata da un anomalo e/o eccessivo accumulo di grasso corporeo”. Ma se si trattasse solo di una questione di “peso” e “chili di troppo” basterebbe modificare la sola alimentazione, mangiando meno e in modo più salutare. Le più recenti evidenze scientifiche, invece, mostrano come l’obesità sia una condizione dismetabolica, in cui si accumula grasso nonostante un’assunzione di cibo contenuta. Tra i fattori che concorrono alla patologia, infatti, ci sono componenti genetiche, biologiche, ormonali, oltre a cause ambientali e uno stile di vita scorretto, legato anche ai cambiamenti sociali. La sempre maggiore disponibilità di alimenti ipercalorici, ultraprocessati, ricchi di zuccheri, sale e additivi contribuiscono ad aumentare il rischio di insorgenza della malattia, insieme a una minor aderenza alla dieta Mediterranea (come sta avvenendo in Italia, Spagna e Grecia) e a una crescente sedentarietà. A questi fattori ambientali “obesogeni”, come li definisce il dottor Federico Mereta, vanno uniti “meccanismi neurologici ed endocrini che regolano l’appetito, la fame e la sazietà, che negli individui predisposti a sviluppare obesità sono profondamente alterati”. Ad esempio nelle persone con obesità gli studi hanno mostrato come ci può essere un livello di gratificazione inferiore derivato dal cibo, che porta a mangiare di più.

Le conseguenze: i rischi per la salute

Questo spiega anche la maggior difficoltà nella perdita di peso e nell’aderenza ai protocolli terapeutici, che invece sono fondamentali per tornare a uno stato di salute. Tra le conseguenze di un eccesso di peso, infatti, ci sono maggiori rischi di malattie, come il diabete di tipo 2 o patologie cardiovascolari. L’obesità, infatti, è una malattia infiammatoria legata alla presenza di un eccesso di grasso addominale: proprio il tessuto adiposo diventa un vero e proprio organo che si comporta in modo disfunzionale e pro-infiammatorio. Uno degli effetti principali è l’insulino-resistenza, insieme a una maggior produzione di ormoni come il cortisolo, l’ormone dello stress, che a sua volta causa ulteriore accumulo di grasso in un circolo vizioso pericoloso che può portare effetti a catena come la comparsa della malattia steatosica dismetabolica. La condizione infiammatoria generalizzata, inoltre, porta a un aumento delle citochine, che a loro volta localmente peggiorano l’insulino-resistenza che alimenta la probabilità di patologie cardio-metabolico come diabete di tipo 2, infarto e ictus, oltreché apnee notturne (a causa dell’eccesso ponderale), malattie neurodegenerative come Parkinson e Alzheimer, e alcune forme oncologiche, più frequenti nella popolazione obesa.

La diagnosi: quando si può parlare di obesità

È importante, dunque, intervenire a partire da una corretta diagnosi. In Italia la legge sull’obesità, la prima al mondo approvata lo scorso autunno, definisce l’obesità come malattia cronica, sistemica e recidivante, con un focus proprio sulla diagnosi che, deve essere sempre più precisa e precoce. Il testo prevede una valutazione clinica generale e l’analisi della distribuzione del grasso corporeo, soprattutto analizzando l’accumulo di grasso in sede addominale, piuttosto che il solo BMI, ossia l’indice di massa corporea. Questo si ottiene dividendo il peso del paziente (in kg) per il quadrato della sua altezza (in m2): in caso di indice superiore a 25 si parla di sovrappeso, se invece è maggiore di 30 si entra nella fascia dell’obesità. Il nuovo sistema diagnostico, invece, introduce parametri più complessi, come la circonferenza vita e la misurazione diretta dell’adipe, ad esempio attraverso la scansione DEXA (densitometria ossea). In questo modo si possono identificare meglio le persone a rischio ed è possibile intervenire tempestivamente, evitando sovradiagnosi e trattamenti non necessari.

Le cure disponibili

Una volta discriminata la differenza tra sovrappeso e obesità è fondamentale chiarire a quale professionista rivolgersi. Tra i sintomi correlati all’obesità, infatti, ce ne sono ben 18, considerati parametri indicativi e che richiedono la valutazione da parte degli specialisti: figurano, per esempio, dispnea (affanno), anche durante attività leggere; insufficienza cardiaca; dolori articolari specie a ginocchia e anche; compromissioni renali, respiratorie o neurologiche. A seconda dei casi specifici, quindi, occorre una valutazione da parte di nutrizione, diabetologi, endocrinologi, ma anche medici specializzati in chirurgia bariatrica. Un approccio multidimensionale, poi, non può prescindere da un’integrazione farmacologica. Oggi esistono terapie, mutuate in particolare dalla diabetologia, che si avvalgono di molecole innovative: dal semaglutide al tirzepatide, primo e unico dual agonist e indicato per il diabete di tipo 2. Nel primo caso si tratta di un farmaco che mima l’ormone GLP-1 e, come spiega l’Associazione Medici Diabetologi, “riduce la glicemia in modo glucosio-dipendente, stimolando la secrezione di insulina e riducendo la secrezione di glucagone quando la glicemia è elevata”. Nel secondo caso, tirzepatide agisce su due sistemi ormonali intestinali: è un antagonista dei recettori GIP/GLP-1, stimola la produzione di insulina, superando quindi l’insulino-resistenza, e mima il senso di sazietà, riducendo l’appetito e l’assunzione di cibo. Disponibile anche in Italia, è stato utilizzato inizialmente per trattare questa patologia e ora è in uso per la gestione del peso corporeo in pazienti adulti con sovrappeso o obesità. L’aderenza ai percorsi terapeutici, però, necessità anche di un approccio empatico, con attenzione agli aspetti psicologici, soprattutto per abbattere lo stigma che accompagna la condizione di obesità. Come emerge da una ricerca su Obesity Reviews, infatti, 1 un paziente su 2 abbandona il trattamento nel primo anno di terapia, complice il senso di fallimento e vergogna per la difficoltà nell’ottenere risultati.

L’impatto dell’obesità sui sistemi sanitari

Diventa centrale, dunque, mettere in atto politiche di ampio respiro, che includano la prevenzione e siano improntate a una logica di lungo periodo. Perché ciò avvenga occorrono investimenti, che però diventano fondamentali alla luce degli attuali costi a carico del servizio sanitario per sostenere le cure per l’obesità. Come ricorda ancor auna volta l’OMS l’obesità è una “responsabilità sociale più che individuale” e “le soluzioni vanno trovate attraverso la creazione di ambienti e comunità che integrino un’alimentazione sana e una regolare attività fisica come i comportamenti più accessibili, disponibili e convenienti nella vita quotidiana”. Le risposte, quindi, non possono essere solo individuali, ma sistemiche e devono prevedere, ad esempio, anche un’adeguata assistenza sanitaria e la mutuabilità dei farmaci specifici.

Con il contributo non condizionante di Eli Lilly

Le indicazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a scopo informativo e divulgativo e non intendono in alcun modo sostituire la consulenza medica con figure professionali specializzate. Si raccomanda quindi di rivolgersi al proprio medico curante prima di mettere in pratica qualsiasi indicazione riportata e/o per la prescrizione di terapie personalizzate.

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