Capelli bianchi e tumori, un nuovo studio mostra la correlazione

Secondo i ricercatori potrebbe trattarsi di una diversa risposta del corpo a un danno al DNA. Attenzione, però, a evitare conclusioni frettolose o errate

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Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

I capelli bianchi sono sempre stati considerati come indicatori del tempo che passa, dell’età che avanza e, soprattutto, di un fenomeno fisiologico, che riguarda la maggior parte delle persone. Eppure una ricerca recente ha aperto a una nuova prospettiva: secondo lo studio, condotto da un team dell’Università di Tokyo, l’inesorabile “imbiancamento” della testa potrebbe avere a che fare con un danno severo al DNA, a sua volta collegato all’insorgenza del melanoma, la più diffusa forma di tumore maligno della pelle.

Cosa hanno scoperto i ricercatori

Lo studio, condotto da Emi Nishimura e Yasuaki Mohri e pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Cell Biology (Antagonistic stem cell fates under stress govern decisions between hair greying and melanoma), indica come la comparsa dei capelli bianchi possa essere anche una forma di difesa contro uno specifico tipo di tumore, ossia il melanoma, che deriva dalla trasformazione tumorale dei melanociti, alcune delle cellule che formano la pelle. Proprio i melanociti, infatti, sono le cellule responsabili della pigmentazione non solo della pelle, ma anche dei capelli. Secondo lo studio, può accadere che le cellule staminali che si trovano nel bulbo pilifero e che poi danno origine ai melanociti, possono danneggiarsi in modo serio a livello di DNA. Questo processo sarebbe irreversibile tanto che le cellule danneggiate sarebbero eliminate, per effetto di due molecole specifiche (le cosiddette “molecole segnale p53 e p21″), portando a un ingrigimento dei capelli, irreversibile. Il meccanismo, però, proteggerebbe dal melanoma.

Il legame con il melanoma: l’effetto difesa

Il nesso con il melanoma e l’effetto difesa sta proprio nella soppressione delle cellule potenzialmente tumorali: di fatto, una volta danneggiate, sono eliminate dal sistema immunitario, che dunque evita la loro proliferazione e di conseguenza l’insorgenza di un tumore della pelle come il melanoma. La comparsa dei capelli bianchi, quindi, non sarebbe soltanto il segnale di un cambiamento anagrafico e di un invecchiamento generale dell’organismo, ma una sorta di prova dell’efficienza delle difese dell’organismo contro una specifica patologia oncologica.

Attenzione a evitare facili conclusioni

La cautela, però, è importante per evitare di arrivare a facili (ed errate) conclusioni. Il processo di eliminazione delle cellule danneggiate, infatti, con la comparsa dei capelli bianchi, non deve far dedurre che chi ne ha di più possa anche contare su una maggior protezione contro tutti i tumori, né – al contrario – che chi ne ha pochi sia più a rischio di contrarre questo tipo di patologie. Lo studio, infatti, si limita al solo melanoma e non è stato condotto sull’uomo. Nello specifico, l’osservazione è stata condotta su esemplari di ratti, dunque non può essere necessariamente applicata in modo diretto anche agli esseri umani. Va poi valutato anche il peso del contesto ambientale.

Cos’è l’exposome: il fattore ambientale

Come chiarito dai ricercatori giapponesi nell’abstract della pubblicazione, a influenzare cosa accadrà alle cellule staminali dei melanociti sono diversi fattori: per esempio, la genetica (con il rischio di danni al DNA), ma anche l’insieme delle esposizioni ad agenti ambientali che una persona subisce e che viene definito dagli scienziati “exposome”. È il mix che ne deriva a determinare se le cellule staminali saranno “sacrificate”, dando luogo ai capelli bianchi, oppure se rimanendo in vita potranno concorrere all’insorgenza del tumore.

Quali agenti influiscono sul destino dei melanociti

Nella ricerca sono anche indicati alcuni esempi di fattori ambientali che possono concorrere al destino delle cellule staminali di melanociti. È il caso dell’esposizione ad agenti cancerogeni, come i raggi ultravioletti B, che possono agire bloccando la soppressione delle cellule, dunque permettendo di proseguire nel rinnovamento e proliferazione delle stesse. In questo caso entrerebbe in gioco la molecola K, prodotta a livello di epidermide, che influirebbe sul rischio di comparsa del tumore cutaneo.

Un altro risultato della ricerca, inoltre, ha mostrato come esponendo i topi al DMBA, una sostanza spesso utilizzata in laboratorio per indurre una crescita tumorale a scopi di ricerca – si è ottenuto lo stesso effetto dato dai raggi UVB: i melanociti sono entrati in una condizione di “senescenza”, ma hanno continuato a riprodursi.

Le conclusioni dei ricercatori e le terapie future

“La stessa popolazione di cellule staminali può seguire destini opposti, tra esaurimento o espansione, a seconda del tipo di stress e dei segnali del microambiente – ha spiegato Emi Nishimura, coordinatrice della ricerca – Questo ridefinisce l’ingrigimento dei capelli e lo sviluppo del melanoma non come eventi separati, ma come esiti divergenti della risposta delle staminali allo stress”. L’importanza dello studio, che dovrà essere approfondito ed eventualmente esteso a un campione umano, sta nelle possibili implicazioni future sulle terapie di trattamento del melanoma. Di fronte a ulteriori conferme, potrebbe diventare possibile mettere a punto interventi preventivi e cure più efficaci contro il tumore in questione. Si tratta, infatti, di un cancro “rarissimo prima della pubertà”, ma che “colpisce prevalentemente soggetti di età compresa tra i 30 ed i 60 anni e di classe sociale medio-alta. Considerato fino a pochi anni fa una neoplasia rara, oggi mostra una incidenza in crescita costante in tutto il mondo e numerosi studi suggeriscono che essa sia addirittura raddoppiata negli ultimi 10 anni”, come spiega l’Istituto Superiore di Sanità. Secondo Epicentro, il portale di riferimento dell’ISS, “In Italia la stima dei melanomi, e dei decessi ad essi attribuiti, è tuttora approssimativa: si aggira attorno a 7.000 casi l’anno“.

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