Il trend del Somatic Release: davvero “liberiamo lo stress” o ci piace crederlo?

Il somatic release spopola sui social: promette di liberarci da stress e traumi. Ma basta davvero scuotere il corpo? La scienza mette in guardia ma fa l’occhiolino alle terapie somatiche

Pubblicato:

Marta Pettolino Valfrè

Psicologa e docente

Psicologa e coach, si occupa di clinica e sessuologia. Insegna all’Università di Torino e scrive libri coniugando clinica e divulgazione scientifica.

Su TikTok e Instagram si urla in cerchio, si trema sul pavimento, si balla fino alle lacrime. Si chiama somatic release, o rilascio somatico, e promette di scaricare il trauma dal corpo, liberarsi dallo stress accumulato e tornare a essere finalmente se stesse. Come se esistesse una versione pura di noi, nascosta sotto lo stress. Una narrativa seducente, ma fragile: non c’è una “vera noi” senza storia. Siamo anche ciò che abbiamo attraversato. Possiamo cambiare come stiamo, ma dobbiamo accogliere sempre cosa è stato, perché se abbiamo oggi la forza di cambiare è da lì che proviene.

Messa da parte la faccenda della versione migliore di noi, torniamo alla moda del rilascio somatico, trend esploso sui social, con milioni di video e centinaia di coach che offrono sessioni di urla liberatorie, danze e tremori guidati. Ma cosa dice davvero la scienza? E c’è differenza tra quello che si vende online e quello che funziona davvero?

Cos’è il somatic release

Il somatic release è un approccio che mette al centro il corpo. Le terapie psicologiche somatiche sono approcci terapeutici che lavorano sul corpo come via di accesso alla mente e alle esperienze traumatiche, diverse da quelle puramente verbali, come la terapia cognitivo-comportamentale classica. Oggi la psicoterapia sta andando verso un approccio integrato.

L’idea di base ha una solidità scientifica: il trauma non si deposita solo nei ricordi e nei pensieri, ma anche nelle tensioni muscolari, nei pattern respiratori, nelle risposte del sistema nervoso autonomo. Il neurologo Bessel van der Kolk ha dedicato decenni a documentare questo concetto e il suo libro Il corpo accusa il colpo è diventato un bestseller mondiale, mostrando come le esperienze traumatiche lascino tracce fisiche misurabili nel corpo.

Il problema nasce quando questa premessa viene usata per legittimare pratiche molto diverse tra loro. Il trend del somatic release sui social mescola tutto insieme: tecniche terapeutiche validate, pratiche ispirate al wellness, e in alcuni casi dinamiche potenzialmente rischiose.

Una distinzione fondamentale da fare è la differenza fra regolazione e rilascio. Il rilascio si basa sul tolgo qualcosa, ovvero tiro fuori cosa c’è dentro. La regolazione è imparare a stare dentro qualcosa. Possiamo davvero liberarci di un trauma o possiamo imparare a stare con il nostro passato e insegnargli a non farci più male? Il punto non è “liberarsi” dallo stress, ma aumentare la capacità di regolarlo.

Le basi teoriche solide

Ci sono alcuni punti fondamentali per le discipline basate sul corpo e molte hanno evidenza scientifica accreditata:

  1. Il trauma ha correlati corporei osservabili.
    È il principio centrale: il trauma non è solo un ricordo, ma lascia tracce nel sistema nervoso, nelle tensioni muscolari, nei pattern respiratori. Il corpo “ricorda” anche quando la mente ha dimenticato. 
    Hai mai sentito dire che il dolore di un parto si dimentica? È proprio questo: il corpo ricorda ma la nostra memoria no.
  2. Il trauma come energia bloccata.
    Quando percepiamo una minaccia, il cervello ha poche opzioni: attaccare, fuggire o bloccarsi. Il blocco arriva quando le prime due non sono possibili: l’energia resta lì, frenata, e può lasciare una traccia difficile da sciogliere.
    La Somatic Experiencing, sviluppata dal biologo e psicologo Peter Levine, parte proprio da qui: lavora sul corpo per “completare” quella risposta rimasta a metà, in modo graduale e sicuro, attraverso le sensazioni fisiche.
    È una terapia strutturata, praticata da professionisti formati. Il principio è procedere a piccoli passi, così il sistema nervoso può integrare senza andare in tilt. Nessuna catarsi esplosiva: l’opposto di quello che si vede su TikTok.
  3. Consapevolezza corporea.
    Altro pilastro: sentire il corpo, non solo pensare. Riconoscere i segnali interni, distinguere attivazione e calma, restare nelle sensazioni senza esserne travolti.
  4. Sicurezza prima di tutto.
    Gran parte delle pratiche somatiche si basa sulla teoria polivagale di Stephen Porges. In parole semplici: il nostro sistema nervoso si calma quando percepisce sicurezza.
    Cosa aiuta? Respiro lento, contatto visivo, voce calma, movimenti ritmici.
    Se questa sensazione di sicurezza non c’è, restiamo in allerta: la tensione non si scioglie, si accumula.

Le basi poco scientifiche ma popolari

C’è differenza tra ciò che dura e ciò che accade in un attimo. Un motivatore ti carica per una performance: adrenalina, spinta, risultato immediato. Un percorso terapeutico, invece, non è questione di momento ma di consapevolezza incarnata, che richiede tempo.
Questo è un trend che non nasce per caso, nella nostra cultura forgiata sulla performance, sulle soluzioni rapide e sull’estetica della vulnerabilità le soluzioni senza sforzo hanno vita facile. Nel racconto pop:

Ma nella realtà:

Non tutte le reazioni corporee sono “rilascio” e non tutto il rilascio è guarigione.

In una cultura che chiede di funzionare sempre, l’idea di liberarsi dallo stress in pochi minuti è più una fantasia che una promessa terapeutica.

Altro mito da sfatare è quello della catarsi, cioè l’idea che le emozioni vadano “scaricate” con intensità (urla, pianti, movimenti). Dai culti pagani antichi a Freud, è una teoria affascinante ma poco sostenuta dalla ricerca. Uno studio di Brad Bushman, dell’Ohio State University, lo mostra bene: chi sfogava la rabbia colpendo un sacco da boxe risultava poi più aggressivo, mentre chi aspettava lo era meno.
Come ci insegna la mindfulness: stare nell’emozione è il miglior modo per lasciarla andare.

Quello che i video non dicono

C’è un aspetto del trend del somatic release che mi preoccupa particolarmente come clinica: il rischio di ritraumatizzazione. Ed è lo stesso che Peter Levine aveva avvertito. Il concetto chiave è la finestra di tolleranza: una zona di attivazione emotiva in cui riusciamo a vivere le esperienze senza esserne sopraffatte. Quando ci spingiamo fuori da questa finestra, verso uno stato emotivo estremo, come quello provocato dalle urla intense, la corteccia prefrontale, la parte del cervello responsabile del ragionamento e dell’elaborazione emotiva, va offline. In quello stato non si integra nulla: si rivive l’attivazione senza risolverla. Che è esattamente la definizione di ritraumatizzazione.

Yoga, danza somatica e movimento

Non tutto quello che rientra nel trend del somatic release è fuffa. Alcune pratiche, come la danza-terapia e il movimento consapevole, hanno basi di ricerca più solide. Una revisione su Frontiers in Psychology (2019) ha trovato evidenze preliminari positive, soprattutto per ridurre la dissociazione e migliorare la connessione mente-corpo. Anche approcci come lo yoga trauma-sensitive, che puntano sulla consapevolezza corporea senza iperattivare, mostrano risultati promettenti su ansia, trauma e depressione.

Le pratiche efficaci lavorano con il sistema nervoso e con il suo funzionamento. Il movimento consapevole, la respirazione guidata, l’attenzione alle sensazioni fisiche senza forzarle: questi sono i principi che la ricerca tende a supportare. L’intensità esplosiva come obiettivo in sé, può essere liberatoria e divertente, ma non è ciò che promette di essere.

Il senso di sollievo che si prova: reale, ma non è guarigione

A questo punto potrebbe sorgere una domanda: se la catarsi esplosiva non funziona, perché così tante persone riferiscono di sentirsi meglio dopo?
L’attività fisica intensa riduce il cortisolo, ormone dello stress, e aumenta le endorfine, spesso definite ormoni della felicità. Il respiro profondo stimola il sistema parasimpatico, producendo una sensazione di calma. Il movimento in gruppo attiva l’ossitocina e crea senso di connessione.
Tutti questi effetti sono reali e possono produrre un genuino senso di sollievo temporaneo.

L’idea di poter “rilasciare” lo stress dà una sensazione potente: quella di avere controllo su qualcosa che spesso è caotico e imprevedibile.

Il problema è confondere quel sollievo momentaneo con l’elaborazione del trauma o con la terapia psicologica. Anzi, in alcuni casi, l’iperattivazione indotta dallo sfogo catartico può innescare flashback, dissociazione o stati emotivi difficili da gestire senza supporto professionale.

Come orientarsi: cosa chiedere prima di buttarsi nel somatic release

Il trend del somatic release non è una cosa unica: è un ombrello sotto cui coesistono pratiche molto diverse. Alcune sono supportate dalla ricerca, alcune sono innocue ma sopravvalutate, alcune possono essere rischiose. Come orientarsi?

Il corpo sa, ma non parla il linguaggio social

Il trend del somatic release coglie qualcosa di vero: il corpo è parte del processo di elaborazione emotiva, non un semplice veicolo passivo della mente. La ricerca neuroscientifica conferma che lavorare con il corpo, e non solo con le parole,  può avere effetti profondi sul benessere psicologico. Non è una moda: è una direzione importante della psicologia contemporanea.
Le pratiche che funzionano lavorano con gentilezza, gradualità, attenzione. Non promettono liberazioni immediate. Non si vendono in video da trenta secondi.

Il problema non è che queste pratiche non facciano sentire meglio. Spesso lo fanno. Il problema è cosa crediamo che quel sollievo significhi.

Fonti bibliografiche

Bushman, Brad. (2002). Does Venting Anger Feed or Extinguish the Flame? Catharsis, Rumination, Distraction, Anger, and Aggressive Responding. Personality and Social Psychology Bulletin. Researchgate

Bessel van der Kolk, Il corpo accusa il colpo

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