Non sapere che fine abbia fatto il proprio cane smarrito è una delle esperienze più angoscianti che si possa vivere. In pochi minuti, la quotidianità lascia spazio alla paura, alla ricerca frenetica e al timore di non riuscire più a ritrovare una parte fondamentale della famiglia. Ma proprio nei momenti di maggiore smarrimento è importante sapere come muoversi: rincorrere un cane in fuga, chiamarlo insistentemente o lasciarsi prendere dal panico possono infatti rendere il recupero ancora più difficile.
A occuparsi di questi casi, senza chiedere nulla in cambio, ci sono volontari che dedicano tempo, competenze e risorse alla ricerca degli animali scomparsi. Tra loro c’è Debora Fiora, presidente di Acchiappa Levrieri e Acchiappa Levrieri Ticino, realtà di mutuo soccorso attive da circa vent’anni. Nel tempo, l’esperienza sul campo si è unita alla tecnologia: Debora è diventata pilota di drone, utilizzando questo strumento insieme a binocoli termici, fototrappole, punti cibo, gabbie e una conoscenza approfondita del territorio e del comportamento animale.
Un cane spaventato può diventare molto diverso da quello che conosciamo a casa e c’è bisogno di un intervento mirato, a firma di etologi esperti, così da non commettere errori. Ecco perché Debora racconta cosa significa cercare un animale smarrito. Una testimonianza che offre anche indicazioni preziose a chi dovesse trovarsi improvvisamente alla ricerca del proprio cane disperso.
Debora, com’è nata la vostra associazione, perché utilizzate un drone e quando è diventata un’attività a tempo pieno?
Ho cominciato dopo che ho adottato il mio primo Levriero, appassionandomi un po’ a questo tipo di cani e al loro trascorso. Sono tutti cani con un passato difficile, con comportamenti particolari che adottano quando si mettono in fuga. Ci siamo specializzati su questo tipo di razza e poi, comunque, abbiamo iniziato a cercare anche tutti gli altri (senza distinzioni). Siamo volontari che lavorano 24 ore su 24, sette giorni su sette, ma lo facciamo gratuitamente. Siamo fermamente convinti che tutti i cani debbano essere cercati con gli stessi mezzi e le stesse risorse, che questo servizio non debba essere appannaggio solo di chi avrebbe la possibilità di pagare. E, le assicuro, ce ne sono tantissime di persone che perdono il cane, ma non possono sostenere le spese che il mercato impone in questo periodo. È per questo che, da circa 20 anni, lavoriamo con uno scopo di mutuo soccorso. Abbiamo dovuto mantenerci al passo anche con i tempi e con quello che la tecnologia ha iniziato a mettere a disposizione. Quindi sono diventata pilota di drone, uno strumento che integriamo con tutti gli altri strumenti per una ricerca a 360 gradi.
C’è un salvataggio che ricorda con più emozione, che l’ha toccata di più?
Tutti sono unici e irripetibili, anche perché noi facciamo le ricerche in tutte le fasi. Finché il cane non si trova, noi siamo in loco giorno e notte, dormiamo in auto: ci immergiamo proprio nella ricerca. Quasi sempre abbiamo a che fare esemplari che non si fanno avvicinare, che si mettono in qualche situazione difficile e quindi il fatto di essere sul territorio, conoscerlo, seguire gli spostamenti, cercare di anticiparli e riuscire a ragionare un po’ come loro fa la differenza. È un po’ il modus operandi che ci contraddistingue.
C’è stato un momento in cui ha pensato di star facendo la differenza o, al contrario, che non ne valesse la pena?
Ho la testa un po’ dura, tendiamo a non mollare mai. Ci sono ricerche che abbiamo protratto anche per mesi, ci è capitato di trovare un cane smarrito dopo quattro anni dallo smarrimento. È forse questo il caso un po’ più duraturo, che ci ha segnato. Era una cagnolina molto timida, paurosa. Si era persa in un posto bruttissimo in montagna, nella Bergamasca: un territorio di lupi, roccioso. Non pensavamo che ce la potesse fare. In realtà poi, per caso, una signora ha segnalato dei lamenti, lei stessa ha posizionato una fototrappola con un po’ di pappa e ha fotografato questa cagnolina. Appena l’ho vista, l’ho riconosciuta subito. Era molto invecchiata, tutta bianca. A quel punto abbiamo preso subito i contatti con questa signora avvisando i proprietari. Anche loro pensavano fosse proprio lei. La notte stessa abbiamo posizionato la gabbia, siamo riusciti a prenderla. Poi abbiamo controllato il microchip e abbiamo ottenuto la conferma che speravamo. È stato veramente incredibile.
Ogni tanto i miracoli avvengono.
E noi cerchiamo nel nostro piccolissimo di fare del nostro meglio. Siamo i primi che cerchiamo di non perdere mai le speranze, di fare da traino alle famiglie scoraggiate. Per noi è un po’ sempre come se fosse uno dei nostri cani, non riusciamo a rimanerne distaccati o a viverlo come un lavoro.
Lei, poco fa, mi accennava alle varie fasi della ricerca, ma effettivamente come si svolge?
Il drone va a completare tanti aspetti della ricerca, quando non ci sono divieti e possiamo utilizzarlo. Lo facciamo volare subito, per sondare, scandagliare. Per seguire il cane dall’avvistamento e vedere dove si sposta, soprattutto se siamo in zone montane. Ieri abbiamo recuperato un cagnolino di 10 mesi che era caduto giù in una valle bruttissima ed era rimasto bloccato. Il drone ci ha permesso di sondare una vasta zona del territorio e osservare da un’altra angolazione. Poi usiamo anche i binocoli termici, dove il drone non arriva cerchiamo di andare noi con gabbie trappola e punti cibo. Fondamentale è anche il volantinaggio. Il drone purtroppo non è la panacea di tutti i mali. Non è utile se il cane è piccolissimo ed è sotto qualche elemento che lo scherma. La nostra è un’attività investigativa. Cerchiamo impronte, tracce, le seguiamo cercando di capire cosa potrebbe fare il cane, come si potrebbe spostare. Proviamo proprio a ragionare come lui, tenendo conto del suo carattere, del suo vissuto.
Ecco, quanto è importante conoscere il comportamento degli animali in questi casi?
È fondamentale, perché comunque il cane in fuga cambia atteggiamento. Quasi tutti, anche il più socievole, diventano un po’ come animali selvatici: pensano a proteggersi, a trovare acqua e cibo. Diventano più diffidenti, tendono a rimanere nascosti e, se vengono avvistati, non è detto che si lascino avvicinare. Anche quando magari a casa adottano tutt’altro comportamento. Sono talmente destabilizzati dalla situazione che vanno un pochino in tilt. Ecco perché, quando li individuiamo, li facciamo avvicinare dal proprietario. Noi facciamo da guida, siamo un occhio discreto che osserva tutta la scena e indirizza. Anche la famiglia si sente disorientata. Affrontare lo smarrimento del proprio cane è abbastanza snervante, frustrante. Spesso e volentieri è più il proprietario ad aver bisogno di aiuto, rispetto al cane. Forse è l’aspetto più difficile: riuscire a recuperarlo e aiutare i cari a riabbracciarlo. È complicato far capire al padrone – che vede tutto nero perché teme il peggio – che il cane non si comporterà come quello che conosceva. Che non deve stupirsi se non lo riconosce o scappa. Sono situazioni abbastanza frequenti. Una volta, una persona mi ha detto: “A me sembra di dover cercare di avvicinare un cane randagio”. Era nato e cresciuto in famiglia, molto socievole; ma era scappato per chilometri, non si fermava mai e, quando vedeva i proprietari, correva ancora più veloce. Tanto è vero che alla fine l’ho recuperato io a mano, perché la signora mi diceva: “Guarda, io non riesco a prenderlo, mi sembra di avere davanti un cane che non è il mio”. I quei momenti, i cani fanno quasi la radiografia, quindi riescono a percepire l’ansia del proprietario, l’insicurezza. Di riflesso, diventano anche loro insicuri, non trovano il coraggio di affrontare la situazione, di avvicinarsi a persone che conoscono da sempre. Hanno proprio bisogno di ritrovare la fiducia per fare quel passo in più e farsi recuperare.
Quali sono gli errori più frequenti, anche pratici, da non fare? C’è qualcosa che consiglia per aumentare la possibilità di ritrovamento?
Prima di tutto, bisogna attivare le ricerche velocemente: più tempo passa e più è difficile che ci sia un lieto fine. È bene rimanere lucidi, non abbandonare il punto in cui il cane è scappato. Se si è vicino casa consiglio di lasciare l’accesso aperto. Un cane se può tende a ritornare nei luoghi che conosce, dove si è parcheggiata l’auto. Bisogna fare subito una segnalazione agli organi competenti: polizia locale, carabinieri, canile sanitario. Pubblicare un post sui social visibile a tutti, che possa arrivare più velocemente possibile al maggior numero di persone. Deve essere dettagliato: con tutte le informazioni sulla localizzazione, sul genere del cane, se è spaventato, se è diffidente oppure se si lascia avvicinare. Fondamentale è lasciare un contatto telefonico per essere chiamati quanto prima. Non bisogna rincorrere il cane, urlando e chiamandolo per nome. Il richiamo è sopravvalutato, in realtà l’animale si spaventa e si chiude ancora di più. Sente l’agitazione e non la vive positivamente. È molto più utile utilizzare degli input olfattivi con un odore familiare o di un cane amico. Qualcosa che possa incoraggiarlo e stimolarlo anche soltanto a rimanere in zona.
Potete fare affidamento su una rete istituzionale che vi aiuti nelle ricerche?
Per tutte le procedure, chiediamo le autorizzazioni e solitamente non abbiamo mai difficoltà. Abbiamo sempre trovato persone disponibili: dagli enti parchi alla forestale o alla provinciale. Ognuno deve fare il proprio, chi è di competenza rientra nella ricerca stessa, non abbiamo mai trovato ostacoli.
A livello economico come vi sostenete?
Con le donazioni. Da parte di chi perde il proprio cane, dei privati. C’è chi dona materiale, chi si offre di stampare i volantini o piazzare i punti cibo. C’è chi ci ospita per ricaricare le batterie del drone. Qualsiasi aiuto per noi benaccetto. Facciamo mercatini con gadget che autoproduciamo, tutto a chilometro zero. Per spese importanti, come quelle del drone, abbiamo aperto delle raccolte fondi e siamo riusciti a coprire in parte la somma, anche perché si parla di cifre abbastanza sostanziose. Non è semplice, ma non è impossibile.
C’è una cosa che le dà più soddisfazione e qualcosa che, invece, le pesa di più??
Sicuramente è un’attività logorante, fisicamente e psicologicamente, perché affrontiamo sempre situazioni di emergenza. È indispensabile mantenere la calma, la lucidità. Bisogna trovare il modo di comunicare con le persone, una maniera empatica e non giudicante. Questo è forse l’aspetto più impegnativo. Poi, intervenendo 24 ore su 24, sette giorni su sette, la vita privata è quella che ne risente di più. Malgrado tutto, nulla ci fa desistere, ecco. Abbiamo i nostri momenti di sconforto, però si riesce sempre a bilanciare il positivo e il negativo, a ritrovare l’energia e nuovi input per andare avanti. Poi la cosa bellissima è che comunque si fa molta rete e si conoscono tantissime persone, accomunate dall’amore per gli animali. Si crea una bella sinergia, si formano gruppi che si mettono a confronto, a disposizione. Nascono amicizie, sodalizi o rapporti che negli anni crescono, sui quali si può contare.
Se una persona dovesse leggere questa intervista e avesse da poco perso il proprio cane, cosa le vorrebbe dire?
Di fare tutto il possibile, di non perdere la speranza, di non perderla mai. Perché davvero noi abbiamo risolto dei casi che sembravano irrecuperabili. Purtroppo non si possono salvare tutti, sarebbe bellissimo. Tuttavia, non si deve demordere. Si deve parlare con la gente, con chi ha cani nella zona e chiedere a tutti di fare altrettanto, perché gli occhi delle altre persone diventano i nostri, in un momento difficile.
Quando riesce a portare a casa un cane, cosa significa per lei personalmente?
Ci sono mille sfumature. Ovviamente parliamo di gioia, ma ci sono tante sfaccettature. Perché magari c’è il recupero più impegnativo fisicamente e, quando si trova il cane, è come se tutta la stanchezza svanisse improvvisamente. È emozione, una gioia infinita. Spesso magari si piange insieme al proprietario. È come se riportassimo a casa uno dei nostri. Anche in situazioni che non finiscono come si spera, vedere la famiglia che comunque ci ringrazia per aver potuto mettere un punto e non continuare a vivere nello sconforto è qualcosa che ci fa capire che ha senso quello che stiamo facendo. Che ne vale la pena.