«Da soli non ce la facciamo». Sono le parole trovate nelle lettere che Luca Abbasciano e Valentina Pambianco hanno lasciato prima della tragedia che ha sconvolto Pietralata, a Roma. Cinque parole che oggi rimbalzano sui social, tra dolore, rabbia e domande alle quali spetterà alla Procura dare una risposta.
Luca aveva 42 anni e lavorava come tecnico informatico. Valentina ne aveva 41 e aveva lasciato il lavoro per dedicarsi alla figlia Bianca, cinque anni, nata prematura e affetta da paralisi cerebrale, epilessia e gravi ritardi motori e cognitivi. Il 31 agosto i loro corpi sono stati trovati nella camera da letto della casa di via dell’Antracite. Con loro c’era anche il cane Teo. Tutti erano stati raggiunti da colpi esplosi con una pistola regolarmente detenuta da Luca.
I Carabinieri stanno ricostruendo la dinamica. L’ipotesi è quella del duplice omicidio seguito dal suicidio, mentre gli accertamenti dovranno stabilire chi abbia sparato e la sequenza dei fatti. Le lettere indirizzate a parenti e amici raccontano una decisione annunciata e una resa maturata dentro una sofferenza diventata insostenibile.
Bianca era nata il 13 novembre 2020, due mesi prima del termine. Luca e Valentina avevano cercato ogni strada e l’avevano accompagnata tre volte in una clinica di Monterrey, in Messico, per una terapia sperimentale sulla cui efficacia la comunità scientifica ha espresso dubbi. Secondo le prime ricostruzioni, avevano speso almeno 300mila euro. Desideravano affrontare un nuovo viaggio, mentre le risorse economiche erano esaurite.
La famiglia era conosciuta dai servizi sociali del IV Municipio, riceveva un sostegno economico e aveva attivato l’assistenza domiciliare. Bianca aveva frequentato un nido comunale. Valentina aveva comunque rinunciato al lavoro per seguirla a tempo pieno. Risultare in carico a un servizio racconta una pratica amministrativa; le ore di assistenza realmente garantite raccontano la vita.
Alcuni caregiver, sui social, hanno scelto di prendere posizione sull’indignazione destinata a durare una settimana. Essere seguiti può significare una visita periodica, qualche ora di assistenza, un contributo. Una presenza incapace di coprire le ventiquattro ore di ogni giornata, le notti, la paura, le cure, le crisi e la responsabilità assoluta della sopravvivenza di un figlio.
Adesso sono tutti pronti a dire che Luca e Valentina erano soli. Sono arrivati post, lacrime e commenti aberranti: potevano dare Bianca in adozione; potevano lasciare in vita almeno il cane. Lo scrivo da animalista: parole simili cancellano anni di amore, cura, sacrifici e paura.
Io provo una pena immensa per questi genitori. Per arrivare a un gesto simile dovevano essere distrutti, convinti che fosse rimasta una sola strada. Comprendere umanamente quella disperazione è diverso dall’approvare ciò che è accaduto. Significa abbandonare il giudizio facile e guardare un dolore del quale ignoriamo il peso. Alla Procura spetta ricostruire i fatti. A noi spetta guardare gli anni precedenti.
La disabilità reale vive lontana dal racconto edulcorato e dalle frasi «sei forte» e «io al tuo posto non ce la farei». La forza arriva quando la vita ti costringe a trovarla, perché davanti hai un figlio che senza di te non può mangiare, lavarsi o restare al sicuro.
Uno dei genitori lascia il lavoro, perde stipendio, carriera e libertà. Diventa caregiver ventiquattr’ore su ventiquattro, svolgendo un lavoro dal quale dipende una vita e che lo Stato tratta ancora come un dovere familiare gratuito.
Quelle madri e quei padri hanno diritto a restare persone: al sonno, a un reddito, alla stanchezza e a un futuro. Servono assistenza domiciliare proporzionata ai bisogni e servizi di sollievo capaci di intervenire prima del crollo. Una firma su un registro lascia intatto il peso delle ore successive.
Oggi tanti si strappano le vesti. Poi gli stessi diritti diventano fastidi: il parcheggio riservato, la precedenza, l’accompagnatore. Io stessa mi sono ritrovata a leggere delle proteste scritte sui social perché un disabile può riservare gratuitamente il parcheggio in aeroporto. La commozione davanti alla morte costa poco. La civiltà si misura con le persone vive.
La domanda resta aperta: dove siamo quando vengono ridotti i fondi, una famiglia chiede più assistenza e un caregiver scopre che il suo lavoro di cura vale quasi nulla? Ogni tragedia produce una settimana di indignazione. Una comunità vera offre presenza per tutta la vita.
«Da soli non ce la facciamo» parla di Luca e Valentina, ma attraversa migliaia di case. Aspettare che qualcuno muoia per ascoltarlo significa arrivare ancora una volta troppo tardi.