Tumore della vescica, chi rischia di più, le cure più recenti: cosa fare nei tumori urologici eredofamiliari

Il tumore della vescica è il quarto più diffuso in Italia: il campanello d'allarme è il sangue nelle urine. Oggi ci sono nuove cure ma la diagnosi precoce è fondamentale

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

È vero. Quando si pensa alla vescica la mente va subito alla cistite ed ai tanti disturbi che si possono associare a questa condizione. Ma non bisogna dimenticare che questa sorta di “contenitore” dell’urina può anche diventare sede di un tumore, definito uroteliale, visto che può interessare anche altre aree dell’epitelio delle vie urinarie.

Su questo fronte, la diagnosi precoce è fondamentale e bisogna prestare particolare attenzione ad un sintomo, l’ematuria (in pratica la presenza di sangue nelle urine) che pur non essendo particolarmente specifico deve mettere in guardia e far parlare con il medico, per approfondire la situazione con i test che il sanitario indicherà. Il tutto, alla luce degli sviluppi delle cure, che oggi paiono poter portare in alcune casi a superare la classica chemioterapia.

Le caratteristiche del tumore della vescica

Questa forma tumorale nasce dall’urotelio, la tonaca mucosa che tappezza la vescica e le alte vie urinarie. Queste convogliano l’urina dal rene nella vescica, che è quindi l’organo più colpito da questa forma.

Il carcinoma uroteliale (o carcinoma transizionale) è un tumore maligno che prende origine dalla tonaca mucosa che tappezza la vescica e le cosiddette alte vie urinarie, quindi calici, bacinetto e uretere. Il carcinoma vescicale è il quarto tumore più diffuso in Italia, con oltre 31.000 nuovi casi diagnosticati ogni anno. I tassi di sopravvivenza a 5 anni sono dell’80% negli uomini e del 78% nelle donne, con 8.300 decessi stimati all’anno.

Purtroppo, il tempo della diagnosi è fondamentale. Come ricordano i dati del National Cancer Institute, la patologia viene spesso riconosciuta tardi. Circa il 12%, vengono diagnosticati quando la malattia è in fase avanzata o metastatica, con esiti particolarmente sfavorevoli in termini di sopravvivenza.

In termini generali, il/la paziente ha un’età compresa tra 50 e 70 anni ed è spesso un fumatore, dal momento che il fumo di sigaretta è il principale fattore di rischio anche per il tumore della vescica. Esistono due diverse forme di questa patologia, quella “superficiale” o non muscolo-invasiva e quella “infiltrante” o muscolo-invasiva. La differenza sta nel non invadere la tonaca muscolare o appunto nello svilupparsi al suo interno.

Insomma: il carcinoma della vescica può essere fatale, soprattutto se diagnosticato in fase avanzata, eppure la consapevolezza dei segni e dei sintomi di questa patologia è drammaticamente ancora bassa e molte persone tardano a rivolgersi al medico curante. Pesante è l’impatto della neoplasia vescicale, soprattutto nella forma avanzata/metastatica, sulla vita del paziente e della famiglia, con conseguenze sul piano fisico, mentale, relazionale e lavorativo.

Cure su misura

In Italia è stata approvata la prima terapia di associazione che offre un’alternativa alla chemioterapia contenente platino, l’attuale standard di cura utilizzato da quasi 40 anni per il trattamento di prima linea del carcinoma uroteliale avanzato. I due farmaci impiegati sono enfortumab vedotin e pembrolizumab.

Questa opzione terapeutica rappresenta una grande novità perché ha la possibilità di cambiare la storia clinica di questi pazienti – segnala Roberto Iacovelli, Professore Associato Oncologia Medica, Dipartimento Medicina e Chirurgia Traslazionale, Università Cattolica Sacro Cuore – Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS, Roma. È una vera rivoluzione rispetto allo standard di trattamento basato sulla sola chemioterapia.

Enfortumab vedotin è un anticorpo farmaco-coniugato che veicola un chemioterapico all’interno delle cellule tumorali, a partire dal legame tra l’anticorpo farmaco-coniugato e la Nectina-4, una proteina di adesione ubiquitaria e particolarmente espressa sulle cellule di molti tumori, incluso il tumore uroteliale.

Pembrolizumab, invece, ‘risveglia’ la capacità del sistema immunitario di riconoscere la cellula tumorale. Insieme, questi farmaci agiscono su due fronti diversi e in modo sinergico con l’obiettivo di distruggere le cellule tumorali. Si tratta di un enorme passo avanti per una popolazione di pazienti con carcinoma della vescica non resecabile o metastatico caratterizzata da importanti bisogni insoddisfatti”.

Nel frattempo, ricordiamo che i segnali d’allarme non vanno sottovalutati. L’ematuria, ovvero la presenza di sangue nelle urine, è il sintomo principale del carcinoma uroteliale. E non deve mai essere sottovalutato, soprattutto quando il sanguinamento non si accompagna ad altri sintomi. In genere, il sangue è di color rosso vivo se viene dalla vescica, mentre se viene dalle alte vie escretrici può essere un po’ più scuro. Il sangue nelle urine impone un immediato controllo da parte del medico. Anche le cistiti ricorrenti, spesso trattate con ripetute terapie antibiotiche, devono suscitare sospetto e indurre ad approfondimenti diagnostici perché potrebbero essere un segnale di carcinoma uroteliale.

I tumori urologici eredofamiliari, prevenzione e test da fare

Nel nostro Paese ogni anno si registrano oltre 5.500 tumori urologici eredo-familiari. Rappresentano circa il 6/7% di tutti i casi di carcinoma della prostata, del rene e della vescica. Per questi uomini e donne, che presentano varianti genetiche che aumentano il rischio di cancro, bisogna personalizzare non solo le terapie ma anche la prevenzione.

Lo ricorda la Società Italiana di Uro-Oncologia (SIUrO) in occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro (World Cancer Day) . “Secondo le Istituzioni sanitarie internazionali è evitabile fino al 50% di tutte le neoplasie – sottolinea Rolando Maria D’Angelillo, Presidente SIUrO.

La prevenzione primaria è fondamentale anche in ambito uro-oncologico. Si può intervenire su fattori modificabili come il fumo, l’alimentazione quotidiana, il grave eccesso di peso o la sedentarietà. Le sigarette, per esempio, sono responsabili da sole del 50% di tutti i nuovi casi di tumore della vescica.

Anche le diagnosi precoci sono importanti e vanno incentivate per ridurre la mortalità e aumentare le possibilità di guarigione. Al momento però non esistono screening organizzati per il carcinoma della prostata. Tuttavia, sono disponibili esami come l’esplorazione rettale digitale, il test PSA o l’ecografia prostatica transrettale che possono essere prescritti nei soggetti a rischio o che presentano alcuni sintomi”.

“Altri “sorvegliati speciali” sono tutti quei malati che possiedono delle mutazioni eredo-familiari – prosegue Giovanni Pappagallo, Vice-Presidente SIUrO -. Gli esami di screening genetico aiutano a individuare la predisposizione individuale a sviluppare alcune forme di tumore spesso molto aggressive. I test devono essere prescritti perciò ai familiari di pazienti affetti dalla patologia e vanno garantiti sull’intero territorio nazionale.

Molto pericolosa è la mutazione BRCA2 che non riguarda solo il carcinoma mammario. Aumenta di 3 volte il rischio di neoplasia prostatica rispetto al resto della popolazione. La familiarità interessa anche il tumore al testicolo che ogni anno fa registrare in Italia più di 2.000 casi. È una patologia oncologica “giovanile” e rappresenta la forma di cancro più frequente nei maschi con meno di 50 anni. Come prevenzione consigliamo l’autopalpazione a partire dalla pubertà. Per chi ha avuto invece parenti di primo grado affetti dalla malattia è sempre indicata una visita urologica specialistica annuale”.

Le indicazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a scopo informativo e divulgativo e non intendono in alcun modo sostituire la consulenza medica con figure professionali specializzate. Si raccomanda quindi di rivolgersi al proprio medico curante prima di mettere in pratica qualsiasi indicazione riportata e/o per la prescrizione di terapie personalizzate.

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