Influenza aviaria, boom di casi. I focolai nel nord Italia: rischi e precauzioni

Tra le regioni dove si segnalano più casi ci sono Lombardia, Veneto, Friuli ed Emilia. L’opinione dell’esperto sul rischio per la popolazione

Pubblicato:

Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

Non c’è solo l’influenza stagionale a preoccupare gli epidemiologi. Negli ultimi giorni ha destato attenzione anche l’aumento dei focolai di influenza aviaria, che sta interessando diversi Paesi del nord Europa e anche l’Italia. In particolare, sono state istituite zone di sorveglianza in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia, per i casi che hanno coinvolto allevamenti di tacchini e galline ovaiole. Il rischio è che la malattia possa diventare trasmissibile da uomo a uomo.

Aviaria, aumento di contagi

Complici le temperature che tradizionalmente si abbassano nel periodo invernale e i giorni di particolare freddo che si sono registrati di recente, non solo in Italia, i focolai di influenza aviaria sono aumentati. A confermarlo sono i dati notificati alla Commissione europea, dalle autorità di sorveglianza sanitaria competenti, secondo cui si contano 60 nuovo focolai della malattia, che colpisce soprattutto i volatili, definita “ad alta patogenicità” (Hpai). A riportarlo è una decisione di esecuzione della Commissione UE consultata dall’Adnkronos, che scatta una fotografia dell’attuale situazione.

Malattia nota, ma oggi più preoccupante

L’influenza aviaria non è una patologia nuova: è nota agli epidemiologi già da tempo, ma è solo negli ultimi anni che ha iniziato a destare maggiore preoccupazione. Il timore degli esperti, infatti, è che possa avvenire un salto di specie, un cosiddetto ‘spillover’. “L’aviaria è un’influenza che conosciamo da 100 anni circa: l’uomo si infetta direttamente dall’animale che ha il virus. A oggi non è stato dimostrato il contagio interumano, che è il vero spauracchio perché il tasso di letalità è intorno al 35-40%. Il vero problema è che questo virus muta facilmente, e più fa passaggi da un animale all’altro più la situazione si complica e aumenta il rischio, e questo bisogna evitarlo poiché essendo le mutazioni casuali non sappiamo se può accadere una mutazione che permette lo ‘spillover’ all’uomo e quindi il contagio interumano”, sottolinea Massimo Ciccozzi, docente di Microbiologia molecolare presso l’Università Campus Biomedico di Roma.

Il rischio di trasmissibilità da uomo a uomo

Ciò che gli esperti scongiurano, dunque, è la possibilità che il virus, in particolare il ceppo H5N1, possa diventare trasmissibile da uomo a uomo: in questo caso, infatti, la circolazione aumenterebbe in modo molto maggiore, aumentando anche i rischi per la popolazione generale e, nello specifico, per quella più fragile. Da qui il monito di Ciccozzi: “Come evitare le continue mutazioni? Evitando gli allevamenti intensivi, che oggi hanno una complicità nella diffusione dei focolai in Italia e in Europa, e facendo una sorveglianza veterinaria continua”.

Quanto è presente in Italia

L’eventualità che possa esserci un salto di specie riguarda da vicino anche l’Italia, dove sono aumentati i focolai, soprattutto in alcune regioni del nord, come “Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, in allevamenti di tacchini e galline ovaiole”, ha chiarito Ciccozzi, che ricorda come in queste zone sono scattate “misure di contenimento immediate e l’istituzione di zone di protezione/sorveglianza. La causa è attribuita agli uccelli selvatici migratori, ma il ministero della Salute e gli Istituti zooprofilattici raccomandano la massima attenzione o livello di biosicurezza per gli allevatori, e attenzione alla segnalazione di casi sospetti, assicurando che i controlli rendono carni e uova sicure per il consumo umano”.

Cos’è l’influenza aviaria

Come chiarisce la Commissione europea sui propri canali ufficiali, l’influenza aviaria è una malattia infettiva virale dei volatili che può avere anche “gravi conseguenze” per la redditività degli allevamenti avicoli, influendo in maniera negativa sugli scambi commerciali in ambito agroalimentare all’interno dell’Unione unione e incidendo anche sul comparto delle esportazioni verso Paesi terzi all’esterno dei confini UE. È sempre l’organo di governo europeo a chiarire che i virus dell’Hpai, tra i quali il responsabile dell’influenza aviaria, “possono infettare gli uccelli migratori, che possono poi diffonderli a lunga distanza durante le loro migrazioni autunnali e primaverili”.

A rischio il pollame, ma non solo

Il principale ‘bersaglio’ del virus H5N1, come gli altri che rientrano nella definizione “ad alta patogenicità”, “negli uccelli selvatici costituisce una minaccia costante di introduzione diretta e indiretta di tali virus nelle aziende in cui sono detenuti pollame o volatili in cattività. In caso di comparsa di un focolaio di Hpai vi è il rischio che l’agente patogeno possa diffondersi ad altre aziende in cui sono detenuti pollame o volatili in cattività”, chiarisce ancora la Commissione nel documento riportato da Adnkronos.

Le misure di contenimento

Per evitare che i focolai aumentino e che crescano i pericoli di salto di specie del virus dell’aviaria sono già state adottate misure di contenimento: “Dalla data di adozione della decisione di esecuzione Ue 2025/2660 (23 dicembre 2025, ndr) Belgio, Bulgaria, Cechia, Danimarca, Germania, Spagna, Francia, Italia, Ungheria, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Svezia hanno notificato alla Commissione la comparsa di nuovi focolai di Hpai sul loro territorio in stabilimenti in cui erano detenuti pollame o volatili in cattività”, riporta la Commissione, che quantifica i casi in 60 nuovi focolai.

Dove aumentano i focolai

Nello specifico, “Le notifiche hanno riguardato in particolare 1 focolaio nel pollame nella provincia delle Fiandre Occidentali in Belgio, 2 focolai nel pollame nelle regioni di Pazardzhik e Plovdiv in Bulgaria, 2 focolai nel pollame nella regione di Vysočina in Cechia“. La Commissione prosegue, chiarendo che si sono registrati poi “1 focolaio nel pollame nella regione dello Jutland centrale in Danimarca” e “9 focolai nel pollame nei Länder Baden-Württemberg, Brandeburgo, Meclemburgo-Pomerania anteriore, Bassa Sassonia, Sassonia e Renania settentrionale-Vestfalia in Germania”. Non è stata risparmiata neppure la Spagna, nella provincia di Lleida, la Francia, così come l’Italia, con “7 focolai nel pollame nelle regioni Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Toscana e Veneto”, oltre ad Ungheria e Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e contea di Skåne in Svezia.

 

 

© Italiaonline S.p.A. 2026Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963