Alzheimer, il batterio intestinale che può contribuire al decadimento del cervello. Lo studio

Scoperta una sostanza, presente nel microbiota, che influisce sulle proteine "spia" dell'Alzheimer e di altre forme di decadimento cognitivo

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Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

L’intestino è un secondo cervello. Il concetto è stato sdoganato da tempo, ma i nuovi studi sembrano andare anche oltre il semplice collegamento del cosiddetto gut-brain axis. Una ricerca pubblicata su Nature Communications mostra come il microbiota intestinale, cioè la composizione della flora batterica dell’intestino, potrebbe influire su alcuni meccanismi alla base del decadimento cognitivo e dunque anche di patologie come il morbo di Alzheimer.

Il nuovo studio su intestino e morbo di Alzheimer

Lo studio, condotto da Barbara Bendlin e Federico Rey presso l’Università del Wisconsin-Madison, già esperti di microbiota e malattie neurologiche, ha indagato il ruolo dell’imidazolo propionato (ImP), una sostanza prodotta proprio da alcuni ceppi batterici intestinali. Secondo quanto emerso dallo studio, l’ImP sarebbe in grado di “migrare” dall’intestino fino al cervello, influenzando l’attività dei neuroni. Osservando quanto accadeva nei test di laboratorio condotti su campioni animali, infatti, si è visto come questa sostanza sarebbe in grado di favorire l’aumento dell’accumulo di proteine beta-amiloide e tau anomale, ossia due delle “spie” della malattia di Alzheimer: gli studi, infatti, hanno finora dimostrato come queste proteine siano responsabili della morte delle cellule nervose.

Come agisce l’ImP

Nel corso della ricerca – alla quale hanno preso parte anche studiosi dell’Università della California di Los Angeles e dell’Università di Göteborg in Svezia – sono sta effettuate anche analisi del sangue su un campione di poco meno di 1.200 persone, iscritte al Registro del Wisconsin per la Prevenzione dell’Alzheimer, unendole ai dati contenuti nei registri del Centro di Ricerca sulla Malattia di Alzheimer del Wisconsin. È risultato evidente dalle analisi che chi presentava concentrazioni più elevate di ImP ematiche aveva anche una marcata probabilità maggiore di avere marcatori biologici associati a proteine anomale e a una compromissione della normale funzione dei neuroni. I ricercatori, dunque, ritengono che ci sia un nesso tra una maggior presenza di ImP e un rischio di andare incontro a decadimento cognitivo.

L’ImP potrebbe essere una “spia” di decadimento cognitivo

“Le persone con i livelli più elevati di ImP hanno anche sperimentato un declino cognitivo molto più rapido”, ha sottolineato Rey, nel precisare come non tutti abbiano gli stessi quantitativi di ImP.

La produzione di questa sostanza, infatti, è variabile a seconda dei soggetti: “I batteri che producono ImP sono presenti in un’elevata percentuale di persone, ma non sono molto abbondanti nella maggior parte dei casi. – sottolinea Rey in una nota dell’Università del Wisconsin-Madison – Tuttavia, abbiamo imparato nel corso degli anni che un germe non deve essere necessariamente abbondante per avere un impatto sull’ospite”. A questo proposito, lo studio è riuscito a scoprire anche una variante genetica individuale che è associata a livelli sostanzialmente più elevati di ImP nel sangue: nell’osservazione dei partecipanti alla ricerca, circa il 43% presentava questa variante genetica. Il lavoro, dunque, conferma come la composizione del microbiota intestinale, suscettibile di variazioni da soggetto a soggetto, è comunque differente tra le persone sane e quelle alle quali viene diagnosticata la malattia di Alzheimer.

Quanto conta la genetica

Se l’equilibrio intestinale può variare al mutare di alcune condizioni, come alimentazione, stress, ecc. il ruolo della componente genetica pare sia comunque centrale. “Questa variante genetica è già stata associata a un aumento del rischio di Alzheimer in ampi studi genetici, e ora potremmo comprenderne il motivo”, ha confermato Rey. La ricerca è stata accolta con molto interesse anche in altri Paesi europei e in Italia, a sottolineare la centralità dell’intestino anche in malattie che hanno a che vedere con il cervello, ma anche in chiave di medicina personalizzata.

Verso nuove cure dell’Alzheimer

La portata della scoperta, comunque, è finalizzata alla messa a punto di future nuove terapie contro l’Alzheimer. Una delle ipotesi potrebbe essere quella di agire con diete mirate che tengano in considerazione proprio l’ImP: uno dei limiti, però, è che i batteri che producono ImP generano anche energia dall’istidina, un aminoacido essenziale per la salute umana e che è presente in molti alimenti, specie in quelli ricchi di proteine. Eliminare l’ImP, dunque, potrebbe presentare dei rischi. L’alternativa, però, potrebbe essere una sua riduzione.

Come ridurre l’ImP

“Se riuscissimo a trovare un inibitore in grado di contribuire a ridurre i livelli di ImP nel sangue, potremmo, si spera, ridurre il rischio di Alzheimer e la velocità del declino cognitivo per un numero significativo di persone”, auspica Barbara Bendlin.

Il ruolo dell’imidazolo propionato, comunque, rimane centrale e non solo riguardo al possibile contrasto di patologie come le demenze. Per esempio, un altro studio pubblicato su Nature e condotto da una team del Centro Nacional de Investigaciones Cardiovasculares (CNIC) in Spagna aveva mostrato come l’ImP potesse agevolare in qualche modo anche il processo di aterosclerosi. Questo aveva portato a ipotizzare che un controllo dei valori ematici potrebbe fornire un’indicazione attendibile sui rischi di andare incontro a una malattia vascolare.

Una conferma agli studi condotti finora

Che si tratti di sistema vascolare o intestinale, i nuovi studi confermano comunque quanto emerso finora sul ruolo centrale del microbiota umano in relazione alle funzioni cerebrali. Composto da circa 500-1.000 specie differenti di batteri, si è visto come la disbiosi influisca sulla patogenesi di diverse malattie neurodegenerative.

Uno dei primi studi nell’uomo sulla relazione tra composizione del microbiota intestinale e cognitività è stato condotto su un campione di 43 adulti sani sottoposti a batterie di test cognitivi, i cui risultati sono messi in relazione alla composizione del microbiota. Si è visto, nel caso specifico, che una diminuzione di Bacteroidetes e Proteobacteria e una maggiore abbondanza di Firmicutes e Berrucomicrobia era associata a funzioni cognitive “compromesse”. Ora le successive indagini si concentreranno ancora di più in questa direzione.

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