Alzheimer e demenza, sei settimane di esercizi per ridurre il rischio

Uno studio ventennale condotto negli USA mostra i benefici di un "allenamento cognitivo" specifico, basato su memoria, elaborazione di risposte e velocità

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Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

Computer e smartphone potrebbero non essere poi così dannosi per la salute, soprattutto mentale. A dirlo è il risultato di una ricerca, che ha puntato le attenzioni sui possibili “effetti benefici” di alcune attività davanti a un device, in termini di prevenzione e rallentamento del decadimento cognitivo. In termini molto pratici, significa che condurre determinate attività e “allenarsi” davanti a uno schermo potrebbe aiutare a ridurre la probabilità di andare incontro a forme di demenza e, nello specifico, all’Alzheimer. Nello specifico, per gli over 65 un programma di “training” da 5 a 6 settimane potrebbe portare a risultati concreti.

Cosa hanno scoperto i ricercatori

Per verificare se esista un percorso virtuoso che porti a rallentare il decadimento cognitivo, che accomuna la maggior parte delle demenze, è stato condotto uno studio ventennale, chiamato Advanced Cognitive Training for Independent and Vital Elderly e il cui acronimo è ACTIVE: si tratta del primo e finora unico che sia stato in grado di valutare gli effetti di alcuni “esercizi” in termini di prevenzione delle patologie tra le quali rientra anche l’Alzheimer. Non a caso le ultime indagini sono state effettuate dai National Institutes of Health (NIH) americani, con il coordinamento di Marilyn Albert, responsabile dell’Alzheimer’s Disease Research Center presso la Johns Hopkins Medicine. I risultati, pubblicati su Alzheimer’s & Dementia: Translational Research and Clinical Interventions, confermano i benefici di attività come forme di gaming specifico, per gli over 65, di cui implementare ritmi e intensità in maniera progressiva.

L’importanza di memoria, ragionamento e velocità

L’obiettivo dello studio, iniziato nel 1998-1999 su un campione di circa 2.800 adulti, era di verificare l’importanza di un vero e proprio addestramento cognitivo in attività che richiedessero capacità di ragionamento, elaborazione dei dati e memoria, unito alla valutazione della rapidità delle risposte date dai soggetti coinvolti, col passare dei giorni e delle settimane. I volontari sono stati, quindi, suddivisi in tre gruppi, che hanno seguito sessioni di allenamento cognitivo di 60-75 minuti ciascuna, per un massimo di 10 sedute nell’arco di 5/6 settimane, quindi con cadenza bisettimanale. A metà dei partecipanti, scelti in modo casuale, è stata offerta anche la possibilità di un secondo ciclo di allenamenti dopo 11 e 35 mesi. Come spiega Il Sole 24 Ore, “Analizzando i dati assicurativi relativi al 72% dei pazienti nel tempo (tra il 1999 e il 2019), gli esperti hanno scoperto che 105 dei 264 (40%) partecipanti nel gruppo di allenamento di velocità con richiamo hanno ricevuto una diagnosi di demenza, con un calo del 25% rispetto a 239 dei 491 (49%) adulti nel braccio di controllo, senza alcuna preparazione specifica”.

Il “gaming” protegge dal decadimento cognitivo

Questi risultati hanno permesso di dedurre che impegnarsi in attività specifiche di “gaming”, sottoporsi a test che comportino capacità e velocità di elaborazione delle risposte a stimoli cognitivi complessi e l’impegno ad aumentare la difficoltà e l’intensità di questo tipo di allenamento mentale comportano conseguenze positive in termini di mantenimento di un buono stato cognitivo, col passare del tempo.

Benefici comuni, ma risposte individuali

Pur di fronte a un esito generale positivo della ricerca, gli studiosi hanno però riscontrato alcune specificità nelle risposte. In particolare, se i benefici in termini di miglioramento nella memoria e ragionamenti si sono rivelati comuni a tutti i partecipanti, dal punto di vista della velocità nelle risposte sono emerse differenze soggettive. I partecipanti all’esperimento che avevano iniziato con ritmi più rapidi, infatti, sono poi passate a livelli di “gaming” maggiormente impegnativi in maniera anche più rapida. Per chi aveva cominciato da livelli più lenti, invece, la progressione ha richiesto più tempo. La spiegazione del motivo alla base delle differenti reazioni è stata spiegata dai ricercatori dai ricercatori sulla base delle diverse strategie messe in campo a seconda del tipo di test al quale i partecipanti sono stati sottoposti.

Memoria e velocità richiedono abilità differenti

Nello studio i testi di memoria e ragionamento sottoposti al campione, infatti, non sono stati adattati alle loro specifiche capacità, come nel caso della velocità di risposta. Al contrario, tutti gli adulti coinvolti hanno appreso strategie identiche. Il loro allenamento ha richiesto, inoltre, un tipo di apprendimento ritenuto “esplicito”, cioè basato su procedimenti e strategie che si possono apprendere, mentre quello sulla velocità stimola l’apprendimento “implicito”, cioè più simile ad abilità innate o inconsapevoli.

Una speranza per il futuro: allenarsi contro il decadimento

Lo studio apre comunque a nuovi scenari che permettono di immaginare che in un futuro non troppo lontano ci si possa in qualche modo “allenare” per ridurre o evitare il decadimento cognitivo. Questa prospettiva acquista ancor più importanza in un momento in cui la società vive un invecchiamento della popolazione, un aumento degli anziani e dell’età media di vita. “I nostri risultati supportano lo sviluppo e il perfezionamento di interventi di allenamento cognitivo per gli anziani, in particolare quelli che mirano all’elaborazione visiva e alle capacità di attenzione divisa”, ha spiegato lo psicologo dello sviluppo George Rebok, specializzato in programmi comunitari per un invecchiamento sano e docente emerito di salute mentale presso la Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, in una nota stampa. “È possibile che l’aggiunta di questo allenamento cognitivo agli interventi di cambiamento dello stile di vita possa ritardare l’insorgenza della demenza, ma questo aspetto è ancora da studiare”, ha aggiunto l’esperto. Si tratta di una speranza concreta, dal momento che ad oggi negli Stati Uniti la demenza interessa circa il 40% delle persone, dai 55 anni in poi e l’Alzheimer rappresenta circa il 60-80% dei casi di demenza.

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