Perché Donald Trump ha attaccato il Venezuela e ha catturato Maduro e la moglie

Motivi politici ed economici, cosa significa l'attacco di Donald Trump al Venezuela

Pubblicato:

Giorgia Prina

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“L’esercito statunitense ha catturato il presidente del Venezuela Maduro e la moglie, e li ha portati fuori dal Paese”. Erano le 7 del mattino italiane e le due venezuelane quando sul social di Donald Trump, Truth, si leggeva la notizia dell’attacco, diramata dal Presidente stesso. Un attacco giustificato dall’amministrazione statunitense come un atto di difesa del “popolo americano dal narcotraffico”, ma che nascondo profonde motivazioni geopolitiche.

Donald Trump attacca il Venezuela: la sua posizione

Proprio Donald Trump ha descritto l’operazione militare come “un attacco su larga scala”, durato circa un’ora e disposto direttamente dalla Casa Bianca. Nelle settimane precedenti, il Presidente statunitense aveva più volte evocato la possibilità di un intervento armato contro il Venezuela, inserendolo nella cornice di quella che aveva definito una “guerra ai cartelli della droga”. Il Presidente aveva anche lasciato intendere che il mandato del presidente venezuelano Nicolás Maduro fosse ormai agli sgoccioli. Da mesi gli Stati Uniti avevano proceduto con un rafforzamento della propria presenza militare nei Caraibi, schierando una flotta navale con l’obiettivo dichiarato di contrastare il narcotraffico. Un’operazione controversa: Washington sostiene di colpire imbarcazioni dei cartelli, mentre Caracas denuncia attacchi a semplici pescherecci. Secondo alcune fonti, dall’inizio di settembre l’esercito statunitense avrebbe condotto oltre trenta operazioni offensive nell’area.

Stando a quanto riferito da funzionari militari statunitensi citati dalla Cbs, il piano per l’attacco era stato approvato già da giorni e non sarebbe passato dal Congresso. La priorità, nelle ore precedenti, era stata data a operazioni aeree in Nigeria contro obiettivi riconducibili allo Stato islamico. Intanto, alcune testate hanno ipotizzato che la cattura di Maduro potesse essere già stata oggetto di un accordo riservato.

La risposta del Venezuela

Il Venezuela ha risposto con un comunicato: “La Repubblica Bolivariana del Venezuela respinge, ripudia e denuncia alla comunità internazionale la grave aggressione militare perpetrata dall’attuale Governo degli Stati Uniti d’America contro il territorio venezuelano e la sua popolazione nelle aree civili e militari di Caracas, capitale della Repubblica, e degli stati di Miranda, Aragua e La Guaira”.

“Questo atto – continua, – costituisce una flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite, in particolare degli articoli 1 e 2, che sanciscono il rispetto della sovranità, l’uguaglianza giuridica degli Stati e il divieto dell’uso della forza. Tale aggressione minaccia la pace e la stabilità internazionale, in particolare in America Latina e nei Caraibi, e mette seriamente in pericolo la vita di milioni di persone. L‘obiettivo di questo attacco non è altro che impossessarsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del petrolio e dei minerali, nel tentativo di spezzare con la forza l’indipendenza politica della nazione. Non ci riusciranno. Dopo oltre duecento anni di indipendenza, il popolo e il suo governo legittimo si ergono fermi in difesa della sovranità e del diritto inalienabile di decidere del proprio destino. Il tentativo di imporre una guerra coloniale per distruggere la forma di governo repubblicana e forzare un ‘cambio di regime’, in alleanza con l’oligarchia fascista, fallirà come tutti i tentativi precedenti”.

I motivi dell’attacco USA al Venezuela

Gli Stati Uniti hanno imposto (di nuovo) la loro forza nello Stato che viene considerato il loro “patio esterno” con un attacco unilaterale. Sul tavolo ora si aprono diverse “soluzioni”. Alcune fonti propongono una soluzione negoziata e la convocazione di nuove elezioni, altre preannunciano una reazione dell’esercito bolivariano. Nella conferenza stampa a Mar-a-Lago, Trump ha dichiarato: “Gestiremo il Paese fino a quando potremo farlo”, in attesa di una transizione “sicura”.

Mentre ciò che accadrà è ancora sconosciuto, possiamo provare ad elencare alcuni dei motivi che hanno portato gli USA ad attaccare il Venezuela e a catturare il presidente Maduro e la moglie, Cilia Flores.

Non è la prima volta che Donald Trump prova ad estromettere dal potere Nicolás Maduro cercando di favorire un cambio di leadership a Caracas, ci aveva infatti provato durante il suo primo mandato presidenziale. Nella sua seconda legislatura aveva invece dato l’impressione di aver scelto una linea più incline al dialogo, salvo poi tornare a una posizione di aperto scontro, accusando Maduro di essere al vertice di un sistema di narcotraffico internazionale e rilanciando una campagna contro il flusso di droga diretto verso gli Stati Uniti.

A essere al centro dello scontro secondo alcuni esperti di geopolitica (ma non solo) ci sarebbe il petrolio, del quale il Venezuela detiene le più grandi riserve mondiali, per la maggior parte destinate al mercato cinese, principale concorrente strategico di Washington.

L’operazione richiama direttamente la Dottrina Monroe del 1823, secondo cui l’intero continente americano rientra nella sfera d’influenza statunitense. Trump non solo lo conferma, ma rivendica di averla “superata di gran lunga”. In conferenza stampa dopo la cattura di Maduro, ha definito l’azione “una delle dimostrazioni di forza più efficaci e potenti nella storia degli Stati Uniti”. Il riferimento è al principio enunciato dal presidente James Monroe che sanciva la fine dell’influenza europea e il diritto americano a controllare il continente come propria zona naturale di influenza. Il cosiddetto “cortile di casa”, dove, quando non è possibile orientare i processi elettorali verso governi alleati, resta aperta l’opzione della forza, come già avvenuto in passato – da ultimo a Panama nel 1989.

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