Quando si parla di giornalismo internazionale in Italia, il nome di Giovanna Botteri è uno di quelli che non hanno bisogno di presentazioni.
Inviata di guerra, corrispondente da New York e da Pechino, cronista delle grandi crisi geopolitiche degli ultimi decenni, Giovanna Botteri ha raccontato il mondo mentre il mondo cambiava. Lo ha fatto nei luoghi dove la storia accade davvero: tra le macerie delle guerre balcaniche, durante l’assedio di Sarajevo, nei palazzi della politica americana e, più recentemente, nella Cina attraversata dalla pandemia.
È una giornalista che ha visto tutto: rivoluzioni, crisi economiche, conflitti, trasformazioni globali. E lo ha sempre fatto con uno stile riconoscibile: lucidità, profondità e quella capacità rara di spiegare la complessità senza semplificarla.
Io l’ho conosciuta durante uno dei momenti più difficili degli ultimi anni: i primi mesi del Covid. Lei si trovava proprio in Cina quando il virus ha iniziato a diffondersi nel mondo. Da quell’intervista lunghissima — quasi un’ora e mezza — è nata un’amicizia fatta di stima reciproca e di quella complicità che a volte nasce tra colleghi che condividono lo stesso modo di guardare la realtà.
Oggi Botteri è ufficialmente in pensione. Ma chi la conosce sa che è una pensione “per modo di dire”. Continua a raccontare il mondo, a fare reportage, a intervenire nel dibattito pubblico con la stessa passione di sempre.
In questa intervista abbiamo parlato del momento storico che stiamo vivendo, delle guerre che attraversano il pianeta, del futuro della democrazia, ma anche del mestiere di giornalista e di cosa significhi davvero raccontare la realtà quando la realtà è pericolosa.
E soprattutto abbiamo parlato di una cosa che, per chi fa questo lavoro, resta fondamentale: la responsabilità di raccontare.
Ti faccio la domanda che tutti pensano ma pochi fanno davvero: dobbiamo avere paura del momento storico che stiamo vivendo?
Noi europei abbiamo vissuto per decenni una sorta di straordinaria parentesi storica. Dopo la Seconda guerra mondiale abbiamo conosciuto un lungo periodo di pace, di crescita economica e di investimenti nella scuola, nella sanità, nella ricerca.
Il problema è che abbiamo finito per considerare quella pace come qualcosa di naturale, quasi garantito. Ma la pace non è mai una condizione permanente. È sempre fragile, sempre da difendere.
Chi ha visto la guerra da vicino lo sa bene: basta pochissimo perché tutto cambi. Per questo dico sempre che stiamo camminando su un filo. La pace è difficile, richiede impegno, responsabilità e vigilanza continua.
Tu hai raccontato guerre vere, crisi vere, rivoluzioni vere. Il mondo oggi è più pericoloso o semplicemente più rumoroso?
Le guerre esistono ancora, purtroppo. E oggi si sommano a una crisi economica che sta colpendo moltissime persone. L’inflazione, la difficoltà di arrivare alla fine del mese, la sensazione di instabilità.
Il rischio non è solo la paura. La paura è naturale. Il vero rischio è la passività. Quando le persone si sentono impotenti, smettono di partecipare, smettono di credere nella politica, smettono di far sentire la propria voce. E questo è pericoloso per la democrazia. Dobbiamo invece fare l’opposto: restare lucidi, difendere la libertà e continuare a credere nelle istituzioni democratiche.
Se dovessi spiegare a chi non segue la politica internazionale cosa sta succedendo tra Iran, Stati Uniti e Medio Oriente, da dove partiresti?
Partirei dalla storia. Spesso le grandi guerre non scoppiano all’improvviso. Pensiamo alla Prima guerra mondiale: l’attentato di Sarajevo fu solo la scintilla, ma l’Europa era già una polveriera. Oggi il Medio Oriente è una regione ad altissima tensione, dove si intrecciano interessi geopolitici, economici e militari. Ci sono conflitti diretti e indiretti, alleanze e rivalità storiche. In un contesto del genere basta davvero poco per innescare una reazione a catena.
Stiamo andando verso una terza guerra mondiale o verso qualcosa di diverso, più frammentato?
Oggi vediamo conflitti sempre più complessi. Non sono più solo guerre tra due paesi, ma sistemi di alleanze, interessi energetici e equilibri regionali. Nel Medio Oriente, ad esempio, il controllo del petrolio e delle rotte energetiche è centrale. Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti più delicati del mondo: se lì succede qualcosa, lo sentiamo immediatamente nella nostra vita quotidiana, nel prezzo del carburante o delle bollette. Per questo la diplomazia resta fondamentale. Ogni volta che si interrompe il dialogo, il rischio di escalation cresce.
Dopo tutto quello che hai visto, esiste ancora l’idea romantica dell’inviato?
Non so se sia mai esistita davvero. Il lavoro dell’inviato è molto concreto. È faticoso, difficile, a volte pericoloso. Non è un mestiere romantico. L’unica cosa che davvero ti permette di farlo è la passione. La voglia di capire e di raccontare agli altri quello che succede.
C’è stato un momento in cui hai avuto davvero paura?
Certo. La paura fa parte di questo lavoro. Ricordo l’assedio di Sarajevo. Passai tre giorni e due notti in una trincea. Lì la paura è fisica, concreta: hai paura delle granate, delle bombe, di restare sepolto. Ma ho imparato una cosa molto importante: non bisogna vergognarsi della paura. La paura ti rende prudente, ti rende lucido.
Con i social il giornalismo ha perso autorevolezza o è diventato ancora più necessario?
I social non sono né buoni né cattivi. Sono uno strumento. Possono dare voce a chi non ce l’ha, come è successo con le proteste delle donne iraniane. Ma possono anche essere usati per diffondere propaganda e disinformazione. Per questo oggi il giornalismo è ancora più necessario: serve qualcuno che verifichi, che controlli, che dia contesto.
C’è qualcosa che, col senno di poi, avresti raccontato diversamente?
No. Ho sempre cercato di raccontare quello che vedevo con rispetto e trasparenza. L’unico vero rimpianto riguarda le storie che non sono riuscita a raccontare. Per questo sono certa che prima o poi riuscirò a raccontarle.
Hai avuto una figlia e poco dopo sei partita come inviata. Oggi rifaresti quella scelta?
Sì. Paradossalmente la maternità mi ha aiutata molto nel mio lavoro. Mi ha reso più empatica, più attenta alle persone. E questo, quando racconti la guerra, è fondamentale.
Essere donna nel giornalismo internazionale è stato un ostacolo?
In alcuni contesti sì. In paesi come Pakistan o Afghanistan le donne erano praticamente invisibili. Ma oggi le cose stanno cambiando. Ci sono sempre più inviate, sempre più corrispondenti di guerra. E questo è importante, perché ogni donna che arriva apre la strada a quelle che verranno dopo.
Sei in pensione, ma continui a lavorare. Cos’è cambiato davvero?
È cambiato il ritmo. Prima scrivevo dieci, quindici pezzi al giorno. Adesso faccio reportage più lunghi, più approfonditi. È un’altra fase del lavoro, ma sempre lo stesso mestiere.
Dopo una vita passata a raccontare il mondo, sei più ottimista o più preoccupata?
Io sono ottimista. Se fossi pessimista non farei questo lavoro. La storia a volte va avanti, a volte fa dei passi indietro. Ma continua a muoversi.
Se dovessi lasciare una sola eredità ai giovani giornalisti?
Direi una parola: resilienza. Non basta il coraggio e non basta la pazienza. Bisogna resistere, continuare, anche quando sembra che tutto sia contro di te. Se credi davvero in quello che fai, prima o poi arrivi.