L’illuminazione è uno di quegli elementi che diamo per scontati finché non cambia davvero il modo in cui viviamo uno spazio. Dagli anni Sessanta in poi, soprattutto grazie al design italiano, la luce domestica ha smesso di essere solo funzione per diventare progetto, sperimentazione tecnica, gesto formale.
Osservando oggetti prodotti da marchi come Flos e Artemide, si può leggere una storia precisa: il superamento dei vincoli spaziali, l’introduzione di nuovi materiali plastici, l’uso dell’ingegneria come parte visibile del linguaggio estetico. Lampade che non si limitano a illuminare, ma ridefiniscono il rapporto tra arredo, architettura e quotidianità.
Indice
Arco dei Fratelli Castiglioni 1962
All’inizio degli anni Sessanta la vera svolta arriva quando i designer decidono di mettere in discussione le regole dello spazio domestico. Nel 1962 Achille e Pier Giacomo Castiglioni disegnano per Flos la lampada da terra Arco, destinata a diventare una delle icone più riconoscibili del Novecento.
L’idea nasce osservando un lampione stradale. Portare quella luce dall’alto dentro casa, senza forare il soffitto e senza riempire lo spazio di strutture ingombranti, è la sfida. Arco risolve il problema con un lungo stelo arcuato in acciaio inox satinato che parte da una base compatta e arriva a sospendere il riflettore sopra il tavolo.
La base è un blocco di marmo di Carrara da circa 60 kg. Non è solo un elemento strutturale: è il contrappeso che rende possibile l’equilibrio dell’intera lampada. Il dettaglio più intelligente è il foro praticato nel marmo, collocato in corrispondenza del baricentro. Inserendo un manico di scopa o un’asta, la lampada può essere sollevata e spostata con relativa facilità. Un gesto semplice, pensato fino in fondo.
Arco è ancora oggi in produzione ed è tra gli oggetti più imitati del design italiano. La sua forza sta nella combinazione di logica costruttiva, ironia e rigore formale.
Snoopy 1967
Cinque anni dopo, i fratelli Castiglioni firmano un’altra lampada entrata nell’immaginario collettivo: Snoopy. Siamo nel 1967 e la cultura pop entra con naturalezza anche negli oggetti domestici.
La lampada da tavolo prende ispirazione dal profilo del celebre cane dei Peanuts. La base cilindrica in marmo bianco di Carrara, inclinata rispetto al piano d’appoggio, sostiene un diffusore smaltato che ricorda la testa del personaggio. L’insieme può sembrare sbilanciato, ma la distribuzione dei pesi è studiata con precisione millimetrica.
Dal punto di vista illuminotecnico, Snoopy introduce una soluzione efficace: grazie all’inclinazione del diffusore, il flusso luminoso viene diretto quasi completamente verso la zona di lavoro, limitando l’emissione sul lato opposto. Una caratteristica ancora attuale per chi utilizza la lampada su scrivanie o tavoli da lettura.
Nella versione originale, la base ospitava l’intera parte elettrica, compresi interruttore e regolatore elettronico dell’intensità luminosa azionato tramite manopola. Oggi l’accensione e la regolazione avvengono con un touch dimmer integrato. La forma resta invariata, la tecnologia si aggiorna: è così che un’icona continua a funzionare anche negli interni contemporanei.
Nesso 1965
Se gli anni Sessanta sono il decennio della sperimentazione spaziale, sono anche il momento in cui la plastica entra con decisione nel design di qualità. La lampada da tavolo Nesso, presentata nel 1965 e prodotta da Artemide, racconta bene questo passaggio.
Progettata da Giancarlo Mattioli insieme al Gruppo Architetti Urbanistici Città Nuova, Nesso vince il primo premio in un concorso promosso da Artemide e dalla rivista Domus. Nel 1967 viene avviata la produzione in ABS (acrilonitrile-butadiene-stirene), diventando una delle prime lampade realizzate in resina stampata a iniezione.
La forma “a fungo” sfrutta la natura traslucida del materiale per diffondere una luce calda e uniforme. Le quattro lampadine restano nascoste sotto il paralume, schermate ma non soffocate. Le tonalità, dall’arancione brillante al bianco, riflettono il clima visivo degli anni Sessanta, quando la plastica colorata invade case e uffici.
Ancora oggi Nesso è in produzione. La sua chiarezza formale e la funzione immediata la rendono un esempio riuscito di design moderno e accessibile.
Anni Settanta tra vetro e ingegneria
Con l’ingresso negli anni Settanta, il progetto della luce si muove in due direzioni diverse ma complementari. Da una parte la ricerca sull’effetto scultoreo e sui materiali tradizionali reinterpretati, dall’altra l’attenzione quasi ossessiva alla meccanica e al movimento.
La lampada da tavolo Lesbo, disegnata da Angelo Mangiarotti per Artemide, incarna la prima tendenza. La forma richiama ancora il fungo, ma qui protagonista è il vetro di Murano soffiato a bocca. Una base anulare in metallo cromato sostiene il grande diffusore bianco, sfumato per nascondere la sorgente luminosa e indirizzare il fascio verso l’alto. La luce è morbida, avvolgente, mette in risalto la materia e la trasparenza del vetro.
Di segno opposto, ma altrettanto influente, è Tizio, progettata nel 1972 da Richard Sapper per Artemide. Nata come lampada da scrivania, Tizio è costruita attorno a un sistema di bracci articolati bilanciati da contrappesi. Non ci sono cavi elettrici visibili: gli stessi bracci conducono la corrente.
L’ampio raggio di movimento consente di orientare la luce con precisione, illuminando la superficie di lavoro senza obbligare chi la utilizza ad avvicinarsi troppo al riflettore. Col tempo, Tizio supera l’ambito funzionale per diventare un segno riconoscibile negli studi high-tech e nei loft degli anni Novanta. Ancora oggi è sinonimo di equilibrio tra qualità tecnica, essenzialità formale e identità del Made in Italy.
Guardando queste lampade, soprattutto nei mesi invernali quando la luce artificiale torna protagonista delle nostre case, si capisce come l’illuminazione non sia mai stata solo una questione tecnica. È un modo di abitare lo spazio, di organizzare i gesti quotidiani, di costruire atmosfere. E alcune icone continuano a farlo da più di mezzo secolo.