Certe persone non possono morire. Anche quando non ci sono più, continuano a vivere nelle loro idee, nei loro insegnamenti, nei risultati delle loro battaglie. È il caso di Emma Bonino, la politica scomparsa a 78 anni l’11 settembre 2026. “Una delle protagoniste più lucide, coraggiose e libere della storia politica del nostro Paese e del mondo libero” così come la ricorda Più Europa, il partito di cui faceva parte. “La sua vita è stata una lunga lotto contro tutto ciò che nega le libertà” e il testamento che ci lascia è chiaro: “Non è importante quante volte occorra perdere prima di riuscire a vincere e conquistare una libertà per tutti”.
Per il diritto all’aborto finì in carcere
Nel 1974, a 27 anni, Emma Bonino scoprì di essere incinta, nonostante un medico le avesse detto che era sterile. All’epoca l’aborto non era legale. Lo stesso medico che le aveva fornito la diagnosi sbagliata, le propose un intervento clandestino ma chiedendole in cambio un enorme quantità di denaro. Per interrompere la gravidanza si recò in un consultorio gestito dai radicali. Fu un’esperienza traumatica e disumanizzante, e quella che allora era solo una giovane studentessa, scelse di lottare affinché nessun’altra dovesse vivere lo stesso dolore.
Lo stesso anno Bonino iniziò a collaborare con il CISA – Centro di informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, fondato a Milano da Adele Faccio. Il centro non si limitava alla propaganda, offriva informazioni e assistenza alle donne che cercavano di interrompere una gravidanza. L’aborto era illegale, ma la CISA agiva alla luce del sole. Era un atto di disobbedienza civile.
Nel 1975, Emma Bonino, assieme a Adele Faccio e Gianfranco Spadaccia, si autodenunciò per aver praticato aborti clandestini. Finì in carcere, ma diede vita a un movimento di solidarietà che portò il tema dell’aborto al centro del dibattito pubblico.
Dopo anni di mobilitazioni e proposte, nel 1978 venne approvata la legge 194, che disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza in Italia. La legge fu sostenuta da Bonino che, nel frattempo, era stata eletta alla Camera. Emma, però, non si fermò lì. Negli anni successivi, e fino alla fine, continuò a lottare per perfezionare quella legge e rendere l’aborto un diritto che fosse davvero di tutte e la cui applicazione non ledesse la dignità delle donne che, per qualsiasi motivo, scelgono di esercitarlo.
La battaglia per il divorzio e il diritto di famiglia
Ricordando gli anni assieme ai Radicali, Bonino affermò che “avevamo al centro l’individuo come protagonista, i diritti civili che consideravamo alla stessa stregua di quelli sociali”. Bonino, seppur non ancora entrata in politica, fu tra i più convinti sostenitori della legge che nel 1975 riformò il diritto di famiglia, promovenda la parità giuridica dei coniugi e il superamento della potestà maritale.
La lotta contro le mutilazioni genitali femminili
Dal 1995 al 1999 Emma Bonino fu commissaria europea con deleghe alla politica dei consumatori, alla pesca e agli aiuti umanitari. La sua attenzione si rivolse in quegli anni alla condizione delle donne e delle bambine in quei Paesi in cui ancora si praticano le mutilazioni genitali femminili.
Nel 2000 fu firmataria di una proposta di risoluzione del Parlamento europeo sulla questione, chiedendo di considerare le mutilazioni genitali contro un crimine contro l’integrità della persona; lo sviluppo di programmi di informazione, formazione e prevenzione e la possibilità di inserire il rischio di mutilazione come motivo per concedere asilo e protezione umanitaria.
Si tratta di una delle battaglie meno note della politica scomparsa, ma che riuscì a modificare anche la legislazione italiana. La legge 9 gennaio 2026, n.7, inserisce nel codice penale lo specifico reato di mutilazione genitale femminile, punito con una pena dai 4 ai 12 anni di reclusione, con l’aumento di un terzo se la pratica è compiuta su minori o per fini di lucro.