La madre di Daisy Coleman suicida, quando il dolore è troppo forte

La madre di Daisy Coleman si è tolta la vita a 4 mesi di distanza dal suicidio della figlia, troppo forte il dolore

La notizia del suicidio di Melinda Coleman è una di quelle che non si vorrebbe mai leggere. La donna si è tolta la vita domenica sera, quattro mesi dopo la morte, sempre suicida, della figlia Daisy Coleman.

Melinda Coleman non ha resistito, non ce l’ha fatta a sopportare il dolore, ad andare avanti. A sopravvivere. E in fondo il concetto stesso di sopravvivenza include un senso di vuoto, di sofferenza, di non vita.

“Penso che abbia immaginato che potessi vivere senza di lei, ma non posso”, aveva scritto dopo la scomparsa della sua bambina. Una frase che oggi sembra una sentenza. Melinda non è riuscita in questi quattro mesi a vivere senza Daisy, non senza pensare a lei ogni giorno. Finché il dolore si è fatto, evidentemente, insopportabile. Tutta la sofferenza di questa madre emerge infatti nelle ultime parole affidate a Facebook insieme alle foto che le ritraggono insieme.

“Non ci sono abbastanza ti amo di quelli che ti avrei potuto dire quando ti tenevo in braccio, fredda, spezzata e morta. Ti ho tenuto a me come una bambina, piccola mia. La bambina che ho tenuto in braccio quando sei venuta a questo mondo. È sempre stato il mio più grande onore, la mia più grande gioia essere la tua mamma e la tua migliore amica. La tua mamma orsa”, ha scritto.

Una storia – quella di Melinda e Daisy Coleman – che fa male solo a raccontarla, figurarsi a viverla.

Nel 2012 Daisy è stata vittima di stupro e da allora non si è più ripresa. Non è bastato il lavoro su se stessa, né quello per gli altri, con la fondazione di SafeBae (l’associazione creata proprio per stare al fianco delle vittime di abusi sessuali) e con il documentario Netflix Audrie e Daisy, uscito nel 2016.

Nel lungometraggio Daisy ha raccontato dello stupro subito quando aveva solo 14 anni: era andata a una festa, a casa del compagno di liceo Matthew Barnett, il bello della scuola, che approfittando dell’alterazione dell’alcol l’aveva violentata mentre un altro ragazzo filmava la scena.

“Non si è mai ripresa da quello che quei ragazzi le hanno fatto e non è giusto. La mia bambina non c’è più”, aveva scritto la madre Melinda ad agosto, quando era stata costretta ad abbracciare il corpo esanime della figlia, che si era sparata un colpo di arma da fuoco durante una videochiamata con il fidanzato.

La giovane aveva solo 23 anni e aveva da poco saputo che non avrebbe potuto avere figli. L’ennesima ferita alla quale, però, non ha saputo resistere.

Ed è amaro notare come il suo gesto abbia rappresentato la goccia che ha fatto traboccare il vaso di sua madre. Che solo un anno fa aveva perso un altro figlio e che a quest’ultimo dolore non è riuscita a sopravvivere. Supra-vivere, dal latino. Vivere al di sopra, oltre. Ma Melinda, oltre la sua bambina, non vedeva più nulla. E l’ha voluta raggiungere. Per non soffrire più, insieme.

Melinda e Daisy Coleman

Melinda e Daisy Coleman alla prima di “Audrie e Daisy” – Fonte: Getty Images

© Italiaonline S.p.A. 2021Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963

La madre di Daisy Coleman suicida, quando il dolore è troppo forte