Frank O’ Gehry, archistar o scultore?

Quando si pensa a Frank O’ Gehry, la mente corre alle bizzarre e suggestive lamiere ondulate di titanio del Museo Guggenheim di Bilbao, che riflettono scenograficamente il cielo della città, o a quelle della Walt Disney Concert Hall di Los Angeles: architetture di tale impatto che in alcuni casi sono state elette simbolo delle città in cui sorgono.

Ne ha fatta di strada dagli anni ’70 quando, giovane architetto un po’ ribelle e amante dell’arte, costruiva case e villette in compensato, metallo corrugato, rete di ferro e cemento grezzo per la borghesia illuminata della West Coast. Icona di quel periodo è la sua villa di Santa Monica, interamente costruita con materiali di recupero e dai vetri già sbilenchi, segno premonitore del suo futuro successo.

Il successo, quello arriverà più tardi, con le opere che abbiamo citato oltre a molte altre, dove di low-cost non c’è più traccia. Ma la passione per l’arte gli è rimasta, tanto che come uno scultore scapigliato si diverte a smontare le forme architettoniche, per riassemblarle e materializzarle in volumi dalle linee ondulate e oblique.

Di grande effetto scultoreo, gli edifici lasciano a bocca aperta e diventano un piacere per la vista, ma quando devono fare i conti con la funzionalità architettonica spesso presentano seri problemi con tanto di polemiche e cause legali.

Del resto, qualcuno penserà, all’arte non si comanda. E a chi gli chiede dove trovi l’ispirazione, risponde: "nel cestino dei rifiuti: pensate quante forme e quante superfici si possono trovare lì dentro!". E il pesce di Barcellona? “Ero in Giappone. Mangiavo pesce. Ero piuttosto ubriaco. Ho fatto due schizzi sul tovagliolo di un bar. Ho pensato: perchè non fare un pesce? Abbiamo vinto il progetto."

Non è tuttavia solo una mera questione di creatività: Gehry ha ben altre frecce al suo arco. Come il software di progettazione da lui creato, Digital Project, sviluppato e prodotto dallo stesso architetto a partire dai programmi di ingegneria aerospaziale il cui uso è sempre stato fondamentale per il suo lavoro. "I miei schizzi sono gesti. Come fare per costruirli? Ci sono riuscito grazie al computer, altrimenti non ci avrei neppure provato". Insomma, un architetto in tutto e per tutto figlio del nostro tempo.

Frank O’ Gehry, archistar o scultore?