Virginity Soap, il detergente che promette di ridare la verginità

E' da diverso tempo che nei Paesi mediorientali spopola: ecco come funziona, costa poco e pare non abbia rischi

Più dei cellulari, più dei chador e di qualsiasi altro prodotto di largo consumo, il must have dei Paesi mediorientali e in generale a tradizione islamica è una saponetta. Magica, miracolosa, si dice. Lungo le vie del Cairo non è infatti infrequente imbattersi in grandi cartelloni pubblicitari in cui, sullo sfondo di una figura femminile, campeggia la foto della Virginity Soap, un detergente intimo che promette di ridare la verginità alle donne che l’abbiano (malauguratamente o felicemente) perduta.

Il prodotto, rintracciabile sugli scaffali di un qualsiasi supermercato, pare vada per la maggiore da diverso tempo: segno di quanto sia avvertita l’esigenza di presentarsi intatte come bambine davanti al futuro consorte. E non è improbabile che all’articolo non siano interessate solo le promesse spose, particolarmente in apprensione, ma anche, perché no, donne più mature desiderose di regalare a se stesse e al marito una seconda prima-volta: con una semplice lavata, infatti, l’effetto molto astringente della Virginity Soap può effettivamente ricompattare la membrana come se non fosse mai stata deflorata.

«Utilizzata con soddisfazione da centinaia di migliaia di donne in Medio Oriente e in Asia – recita il lancio pubblicitario -, la Virginity Soap restituisce passione giovanile, rinverdisce l’erotismo e intensifica l’esperienza sessuale»: insomma, più collaudata e promettente di un amante. A zero rischio, per giunta. In Kenya, invece, e nei Paesi africani il successo della saponetta è legato all’infausta e vasta diffusione dell’Hiv: un’adolescente che possa dirsi vergine (in modo più o meno fraudolento) è una candidata al matrimonio che garantisce anche della propria salute.

Se la paura dell’Aids rende ragione, nel continente africano, del ritorno alla verginità come valore, in Occidente sono i riflussi religiosi o l’anticonformismo di ritorno a ridare ribalta alla difesa dell’illibatezza. E qualche buontempona in cerca di visibilità arriva anche a mettere la propria verginità all’asta dietro lauto compenso, come fosse un raro e appetito trofeo per maschi rampanti, alquanto annoiati dalla disponibilità sessuale delle coetanee.

Del resto l’unica alternativa praticabile è l’imenoplastica, ossia la ricostruzione chirurgica dell’imene. Medici compiacenti e discreti non mancano certo, ma la loro opera e il loro silenzio vanno generosamente pagati. Una saponetta, invece, è alla portata della tasca di chiunque: basta, passata la cassa, farla scivolare in borsa e il gioco è fatto.

Un compromesso, certo, con l’oscurantismo culturale maschilista: tuttavia se le condizioni sociali sono proibitive e il rischio è quello di essere abbandonate dai padri, ripudiate dai mariti o addirittura uccise, il femminismo può attendere. Almeno fino a che non sia finita la saponetta dei miracoli.