Vista e udito, perché vediamo con gli occhi e sentiamo con le orecchie

Esistono profonde connessioni tra le aree cerebrali deputate all'udito e quelle deputate alla vista. Come si combinano i sensi e cosa accade in caso di sordità

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Vista e udito sono due sensi solo apparentemente lontani. E oggi la scienza fa luce su quello che a prima vista può quasi sembrare un errore incomprensibile, ma che piuttosto dà ragione della perfetta organizzazione del sistema nervoso e delle modalità di percepire gli stimoli, tanto che se gli occhi si accorgono che una persona davanti a noi sta parlando si attivano immediatamente i centri della corteccia uditiva che si trovano nella parte laterale della corteccia cerebrale. Quindi, gli occhi “ascoltano”, pur senza percepire le parole.

L’esperienza del concerto

Vi è mai capitato di chiudere gli occhi per gustare fino in fondo e far entrare in profondità nella mente e nelle sensazioni le sette note di una canzone d’autore o di una sinfonia classica? Sicuramente sì. E per questo non dovete sentirvi “strane” o particolarmente romantiche.

La risposta sta proprio nella combinazione di sensazioni che si creano nel sistema nervoso di fronte a stimoli uditivi e visivi che si combinano. In pratica se si fa attenzione a ciò che si ascolta, facendosi prendere dal ritmo, si riducono al contempo le possibilità di vedere nei particolari.

Probabilmente in questo caso vengono “attivate” con un grande impegno neurologico le aree uditive, con conseguente riduzione della potenziale attività delle zone cerebrali che dovrebbero “accendersi” quando guardiamo qualche cosa. La prova viene da una ricerca condotta del Wake Forest University Baptist Medical Center e dell’Università della Carolina del Nord.

Gli scienziati hanno effettuato una risonanza magnetica cerebrale funzionale in venti direttori d’orchestra e altrettante persone comuni senza particolari ambizioni musicali. In chi non è abituato a percepire le note si è rilevato un drastico calo della capacità visiva, che invece non risulta nei maestri abituati a dirigere, probabilmente per il loro allenamento a percepire l’andamento armonico delle note.

Ecco come i sensi si combinano

Esistono insomma profonde connessioni tra aree cerebrali deputate all’udito e quelle correlate con l’attività visiva, visto che entrambi i sensi poi si riflettono sulle capacità di linguaggio.

Quando si verifica con esami funzionali del sistema nervoso le aree che si attivano dopo stimolazione uditiva, ci si accorge che la risposta non si limita alle zone deputate all’elaborazione dello stimolo sonoro trasformato in segnale elettrico, che si trovano nel lobo temporale, ma coinvolge anche altri settori.

L’interazione con la vista è sicuramente un passaggio chiave, con coinvolgimento di aree neuronali localizzate nella zona posteriore dell’encefalo, poi occorre che si attivino aree nella corteccia frontale, deputate al controllo del linguaggio e dell’emotività.

Insomma: ogni qualvolta percepiamo qualche cosa con le orecchie, in realtà mettiamo in moto una serie di risposte che coinvolgono quasi tutto il sistema nervoso. Per questo negli anziani, che purtroppo possono vivere una situazione di isolamento per la presenza di grandi deficit uditivi, oggi si sta indagando se queste carenze possono avere un ruolo nella genesi della demenza senile, a riprova di quanto la carenza di stimoli possa impattare sulla plasticità neuronale anche in altre zone.

“Allenate” l’udito già in gravidanza

A volte la plasticità neuronale e le capacità di adattamento delle aree cerebrali possono rivelarsi un boomerang, con la vista che “ruba” spazi all’udito come accade nei piccoli che non riescono a sentire bene e quindi soffrono di ipoacusia.

Per questo è fondamentale l’esame di screening che permette di percepire un’eventuale sordità anche parziale nei neonati. Ma non bisogna dimenticare che, a prescindere da questo, attraverso l’udito passano stimolazioni fondamentali per la crescita futura già durante la dolce attesa.

La gestante può aiutare il futuro bebè a crescere quando è ancora nell’utero, parlando con il piccolo e soprattutto ninnandolo con delicate canzoncine. Lo dice uno studio dell’Università di Helsinki, pubblicato sulla rivista PLoS One. L’indagine dimostra come esporre il feto ad una musica dolce, meglio se cantata dalla sua mamma, può favorire lo sviluppo di particolari attività cerebrali.

La ricerca ha preso in esame una popolazione di donne incinte, dividendole in due gruppi: nel primo le mamme erano invitate a cantare dolci canzoni al feto, nel secondo non era prevista alcuna “passione” musicale. In entrambi i gruppi le donne sono state seguite nel terzo trimestre di gravidanza. Studiando l’attività cerebrale dei piccoli alla nascita e dopo quattro mesi,  sempre con lo stimolo della stessa melodia, gli scienziati hanno visto che in quelli che avevano già percepito le note materne l’attività cerebrale è apparsa più significativa.

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