Vaccinazione eterologa per Covid-19, quanto ne sappiamo oggi

Il dibattito sulla vaccinazione eterologa è in corso e non ci sono indicazioni definitive: il medico resta il punto di riferimento

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Prima un vaccino a vettore virale, cioè con un virus trasportatore che reca gli antigeni di Sars-CoV-2 per stimolare la risposta immunitaria. Poi un vaccino a m-RNA, che fornisce le istruzioni per lo sviluppo di anticorpi specifici nei confronti del virus responsabile di Covid-19.

È questo che propone, per le persone con meno di 60 anni, la nuova indicazione per la vaccinazione. Dopo una prima dose con AstraZeneca, quindi, si programma una seconda dose con un vaccino di altro tipo. Al momento ci sono solo pochi studi, ma diverse ricerche sono in arrivo su questa “combinazione”.

Perché si può avere fiducia

Per cercare di capire, senza ovviamente dare risposte definitive che potranno venire solo dalle evidenze cliniche, vediamo la situazione. Questa strategia di “miscela” di due vaccini con meccanismo d’azione diverso si basa su una scelta già fatta in alcuni Paesi, come Germania e lo stesso Regno Unito. E per quanto si sa fino ad ora non sono emersi problemi particolari, pur se i lavori scientifici pubblicati non sono molti, anche perché in pratica l’obiettivo è sempre lo stesso: fare in modo che l’organismo, e più precisamente il sistema immunitario, riceva le “indicazioni” utili per predisporre anticorpi specifici nei confronti del virus.

Quindi, in caso di infezione, grazie alla vaccinazione si può avere una risposta. Una singola dose, a prescindere dal tipo di vaccino, può già offrire una prima reazione da parte del sistema immunitario, ma è con la seconda che si conclude il ciclo vaccinale, in attesa di un possibile “richiamo” ulteriore che andrà deciso nei tempi e nei modi.

Con due vaccini a meccanismo d’azione diverso non cambia quindi la strategia, che deve portare ad ottenere una copertura immunitaria efficiente tanto da scongiurare il rischio di sviluppare Covid-19 in forma seria e quindi prevenire il rischio di ricoveri o decessi, in particolare nelle persone fragili per età o patologia, legati alla malattia.

Ovviamente non tutta la comunità scientifica è però d’accordo su questa modalità di somministrazione: c’è chi sostiene che grazie allo stimolo offerto dai vaccini, anche con meccanismo d’azione diverso, si possa comunque ottenere un risultato simile se non addirittura migliore in termini di difese che si sviluppano.

Ma c’è anche chi sottolinea come non ci siano ancora dati sufficienti per andare avanti su questa strada e quindi consiglia di mantenere lo stesso vaccino anche per il richiamo. In questo senso va sottolineata la posizione degli esperti del PTS (Patto Trasversale per la Scienza) che ricordano come il dibattito sulla vaccinazione eterologa sia in corso ma come al contempo non ci siano indicazioni definitive sul tema da parte delle strutture deputate a darle, come ad esempio l’Agenzia Europea del Farmaco.

Come comportarsi?

Il medico è il punto di riferimento per sciogliere eventuali dubbi per le persone che sanno di essere sottoposte ad un richiamo con un vaccino diverso dal primo. L’importante è comunque fare in modo di preservare il massimo numero di persone con doppia vaccinazione, visto che in questo modo si può ridurre la circolazione del virus e quindi limitare anche il rischio che si sviluppino varianti legate alla capacità del virus di “sfuggire” a quanto accade.

Questo è un obiettivo importante, anche alla luce della variante Delta o indiana che dir si voglia, visto che è importante limitare la possibilità per il virus di mutare e replicarsi. In questo senso va detto che proprio recentemente è stata pubblicata su Lancet una ricerca che dimostra come con le due dosi di vaccino (in questo caso di un’unica tipologia) si possa ottenere una buona copertura protettiva anche in caso di variante Delta: se anche si può essere (e può accadere raramente) contagiati, i sintomi sono comunque leggeri.

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