Sars-CoV2, perché è utile il plasma dei guariti contro il virus

Una possibile cura per il coronavirus arriva dal sangue di chi è guarito da cui è possibile ricavare gli anticorpi. Ma sono necessari studi clinici precisi

Federico Mereta Giornalista Scientifico

E se arrivasse dal sangue di chi ha superato l’infezione una possibile cura per Covid-19? È la domanda che si fanno in molti, in tutto il mondo, anche con sperimentazioni cliniche destinate a far comprendere la reale utilità e soprattutto le indicazioni di questo approccio. Per guidare gli esperti sul tema arriva ora un documento dell’Università John Hopkins, pubblicato su Journal of Clinical Investigation, che aiuta a far luce sulla tematica.

I consigli degli esperti

Il documento spiega come si potrebbe utilizzare il sangue raccolto da chi è convalescente, al fine di definire un approccio unico per cercare di impiegare al meglio questa possibile risorsa. Va detto infatti che, in queste settimane, l’ansia di individuare una possibile cura per il coronavirus ha portato spesso, e non solo su questo fronte, a “salti in avanti” che hanno aperto il cuore alla speranza, ma che si sono rivelati poi eccessivamente ottimistici.

Per giungere a definire se, come e soprattutto quando possono servire queste cure, gli esperti americani ricordano quanto è importante realizzare studi clinici precisi, i cui risultati non possono arrivare dopo un giorno. Occorre insomma tempo per comprendere davvero le indicazioni della cura, che comunque appare molto interessante.

La pubblicazione di questo “vademecum” scientifico segue di pochi giorni il via libera dell’agenzia americana per i farmaci, la Food and Drug Administration, all’utilizzo di questa forma di terapia. Stando a quanto riferiscono gli studiosi dell’Università americana, in ogni caso, pare proprio che i maggiori vantaggi da questo approccio possano essere ottenuti nelle primissime fasi della malattia, quando ancora è in corso una massiccia replicazione del virus nel corpo dell’ospite e quindi la disponibilità di anticorpi “specifici” contro il virus già preconfezionati e disponibili, proprio perché “presi” da una persona che ha vinto l’infezione, potrebbe diventare un’arma strategica per frenare l’avanzata del nemico.

Tecnicamente, l’operazione non è certo complessa, almeno nei Paesi maggiormente industrializzati. Per ottenere gli anticorpi occorre puntare su una tecnica chiamata “aferesi”. Dopo aver prelevato il sangue del donatore, questo viene filtrato al fine di ottenere gli anticorpi necessari e poi viene reimmesso nella stessa persona, previa depurazione di questi “soldati” specializzati. La tecnica potrebbe rivelarsi molto efficace nel tempo, visto che stando a quanto riporta lo studio americano un solo donatore potrebbe offrire anticorpi a tre persone.

Le altre vie possibili

Se i “soldati” specializzati da passare da un organismo all’altro possono rappresentare una difesa nei confronti del virus, ci sono anche altri strumenti in studio. Lo prova l’impegno del laboratorio vAMRes (Vaccines as a remedy against Anti-Microbial Resistance) presso Fondazione Toscana Life Sciences (TLS). Il centro ha infatti avviato un progetto di ricerca per lo sviluppo di anticorpi monoclonali umani in risposta all’infezione da SARS-CoV2, con l’intento di utilizzarli nella cura dell’infezione oppure come strumenti urili per sviluppare vaccini.

La ricerca è condotta in collaborazione con l’Ospedale Spallanzani INMI (Istituto Nazionale Malattie Infettive) di Roma. In pratica, la ricerca prendere in esame pazienti convalescenti o guariti da Covid-19. A loro viene prelevato il sangue e si selezionano particolari cellule, i linfociti B, da cui si possono produrre anticorpi monoclonali. Questi, testati in laboratorio e poi messi a punto, potranno tra l’altro diventare veri e propri farmaci per stimolare l’immunità passiva, ovvero offrire appunto “armate” specializzate per frenare il virus. Il tutto, sempre a partire dal sangue di chi ha superato l’infezione.

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