Covid-19, cosa sappiamo della nuova variante giapponese

Covid-19, la variante giapponese avrebbe caratteristiche sia del virus “inglese” che di quello sudafricano: perché potrebbe essere più contagiosa

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Ci risiamo. Non passa ormai giorno senza che, da qualche parte del pianeta, non giunga notizia di una nuova variante del virus Sars-CoV-2. Ora il turno è quello della variante giapponese di fresca individuazione, con la sigla E484K. È solo un’ennesima piccola o grande trasformazione delle caratteristiche antigeniche del virus, e questo fa partire speculazioni, per ora senza alcuna prova scientifica certa, su un possibile impatto di questi virus mutanti nei confronti dei vaccini attualmente disponibili.

Non si può ovviamente sapere nulla di certo in questo senso, anche se, va detto, occorre monitorare la situazione, come del resto sta avvenendo nei laboratori di tutto il mondo. Per questa, come per le altre varianti più “note” (sono solo una piccola parte di quelle che si verificano studiando il genoma del coronavirus) conoscere quanto succede è fondamentale. E soprattutto occorre vedere se questa nuova variante sarà sufficientemente “forte” per prendere il posto dei virus circolanti nel Paese.

Perché preoccupa

Ormai abbiamo imparato a sapere che ci sono varianti potenzialmente più preoccupanti, perché maggiormente contagiose. Ne abbiamo la prova con il virus identificato nel Regno Unito, ormai chiamato da tutti “inglese”. In poche settimane ha “spodestato” in Gran Bretagna i ceppi di Sars-CoV-2 che prima dominavano il quadro ed anche in Italia ora si sta diffondendo molto velocemente. Nell’emisfero sud, invece, a preoccupare è la variante sudafricana, oltre ovviamente a quella brasiliana.

Ebbene, stando a quanto si sa fino ad ora (ma c’era da attendersi che sarebbe accaduto nei continui mutamenti e rimescolamenti del patrimonio genetico del virus ed in particolare delle proteine “Spike”) la nuova variante giapponese identificata in qualche decina di persone avrebbe caratteristiche sia del virus “inglese” che di quello sudafricano. E soprattutto, sarebbe del tutto “nuova”, rispetto a ciò che già sta circolando nel Paese. Stando a quanto hanno riportato le autorità nipponiche in conferenza stampa, il rischio è che si tratti di un “rimescolamento” che rende il virus più contagioso e quindi potenzialmente maggiormente in grado di diffondersi, contagiare e determinare casi di infezione.

Va detto, per dovere di cronaca, che solo poco più di un mese fa proprio dal Giappone era giunta notizia di un’altra variante. A gennaio si era visto già qualcosa di simile, con quadri che andavano da difficoltà respiratorie acute fino al classico mal di gola con febbre per giungere a casi totalmente asintomatici. Anche allora si era parlato di una nuova variante, nell’ambito di un processo che per il virus è totalmente normale: le mutazioni fanno parte delle caratteristiche di molti ceppi virali. Insomma: quanto più la popolazione diventa immune al ceppo circolante, tanto maggiori sono le necessità per il virus di “modificarsi” per un meccanismo di “autopreservazione”: il virus insomma tenta come può di sfuggire ai sistemi di difesa dell’organismo, adattandosi al meglio

Perché i virus variano? L’esempio dell’influenza

Per capire meglio il significato delle varianti, ricordiamoci sempre che ciclicamente i virus tendono a cambiare per adattarsi diversi ceppi di virus influenzali vanno incontro a modificazioni più o meno importanti del loro patrimonio genetico. Questi mutamenti possono risultare minimi, ed è quello che avviene ogni anno in occasione dell’influenza stagionale, per cui le popolazioni a maggior rischio debbono vaccinarsi regolarmente, oppure possono verificarsi cambiamenti che mutano profondamente la struttura del virus stesso, rendendolo del tutto “nuovo” e irriconoscibile per il sistema immunitario umano.

Tecnicamente gli esperti definiscono queste modalità di cambiamento “drift antigenico” o “shift antigenico”. Il primo, che tradotto letteralmente sta per deriva antigenica o variazione minore, è il risultato di minime mutazioni che si verificano naturalmente durante la replicazione virale in tutti i geni ed in particolare in quelli che regolano i due antigeni principali (emagglutinina e neuraminidasi). Lo shift invece si verifica in seguito al riassortimento del materiale genetico di due diversi virus, che infettano la stessa cellula.

Da questa “combinazione” di patrimoni genetici virali può nascere un virus del tutto nuovo rispetto ai precedenti. Ovviamente il rischio di mutazioni è tanto maggiore quanto più elevato è il numero di individui ospiti in cui il virus si riproduce e per questo, tornando anche al coronavirus, è fondamentale limitare i contagi e le possibilità di “variazioni”. Questo è l’obiettivo in tutto il mondo, da raggiungere con la vaccinazione e, per ora, con l’attenzione alle norme di prevenzione.

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