Alzheimer, scoperta molecola che lo blocca

La svolta si deve a uno studio condotto da un team della Fondazione EBRI 'Rita Levi Montalcini'

La lotta contro il morbo di Alzheimer potrebbe essere arrivata a una potenziale svolta. Nella giornata di ieri è stata infatti ufficializzata la scoperta – frutto dell’impegno di un team di ricercatori della Fondazione EBRI ‘Rita Levi Montalcini’ – di una molecola in grado di ringiovanire il cervello e di bloccare la progressione della malattia di Alzheimer a partire dalle sue fasi iniziali.

I ricercatori dell’Istituto fondato nel 2002 dalla celebre scienziata e Premio Nobel per la medicina hanno scoperto l’esistenza della molecola A13, un anticorpo che favorisce la neurogenesi, ossia la nascita di nuovi neuroni. I dettagli del lavoro che ha portato all’importantissimo risultato sono stati riassunti in un articolo pubblicato sulle pagine della rivista scientifica Cell Death & Differentiation.

Monitorando le condizioni di un campione di cavie geneticamente modificate (età media pari a un mese e mezzo), gli esperti della Fondazione EBRI hanno scoperto che, a causa dell’accumulo di Aβ oligomeri intracellulari, la neurogenesi risulta fortemente ridotta.

A seguito di questa evidenza hanno avuto modo di notare il fatto che, grazie all’espressione dell’anticorpo A13, il processo di neurogenesi può essere in parte salvato. La molecola appena citata agisce infatti interferendo direttamente con l’accumulo di Aβ oligomeri a livello del reticolo endoplasmatico delle cellule del cervello.

Si tratta di uno studio molto interessante in quanto, come poco fa ricordato, i ricercatori si sono concentrati su un campione di esemplari di età molto giovane e senza alcun evidente danno a livello cerebrale.

Secondo l’equipe della Fondazione EBRI, che ha portato avanti lo studio sotto la guida dei Dottori Antonino Cattaneo, Raffaella Scardigli e Giovanni Meli, la ricerca dimostra innanzitutto che la diminuzione dei processi di neurogenesi è prodromica dei sintomi tipici del morbo di Alzheimer e, di conseguenza, aiuta a individuare in maniera estremamente tempestiva la patologia.

Il Dottor Antonio Cattaneo ha commentato i risultati raggiunti evidenziando che, grazie al ricorso all’anticorpo A13, potrebbe essere presto possibile agire intervenendo in quello che, dati scientifici alla mano, è l’evento più precoce di tutti nel processo evolutivo dell’Alzheimer.

La Dottoressa Scardigli e il Dottor Mieli, sottolineando il fatto che per la prima volta è stato possibile agire sui mattoncini delle placche beta-amiloidi prima di qualsiasi danno a livello cerebrale, hanno fatto presente che, grazie a questa ricerca, sono state gettate le basi per lo sviluppo di future strategie utili alla diagnosi e al trattamento della malattia di Alzheimer.

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