Un’alga bruna per l’Alzheimer, autorizzato farmaco in Cina

Il lavoro di ricerca che ha portato all'elaborazione del farmaco è durato ben 22 anni

Per l’Alzheimer, patologia di cui soffrono quasi 48 milioni di persone nel mondo (numeri del rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e destinati ad aumentare sulla scia del progressivo invecchiamento della popolazione), potrebbe arrivare presto un punto di svolta.

In Cina è stato infatti approvato un farmaco derivante dall’estratto di alga bruna e in grado di regolare l’attività delle colonie batteriche presenti nell’intestino. Questo traguardo è stato commentato dal Professor Camllo Marra, professore di neurologia presso la sede romana dell’Università Cattolica.

L’esperto raccomanda cautele. È infatti ancora presto per definire il medicinale appena approvato per l’immissione sul mercato in Cina come la via definitiva per la cura dell’Alzheimer. Morra ha infatti sottolineato che i dati a disposizione fio ad ora riguardano pazienti trattati per un lasso di tempo breve.

Il nuovo farmaco, come ricordato sul sito della National medical products administration (Nmpa), è destinato al trattamento dell’Alzheimer di grado lieve o moderato. Gli studiosi che l’hanno messo a punto si sono basati su ricerche aventi come punto di partenza la bassa indicidenza di patologie neurodegenerative tra gli anziani abituati a consumare alga bruna.

Il lavoro di ricerca che ha permesso di arrivare al farmaco, che ha ricevuto da poco l’autorizzazione alla commercializzazione in Cina a seguito di uno studio clinico di fase 3, è stato coordinato dalla Dottoressa Geng Meiyu dell’Istituto di Ricerca Medica di Shangai.

A seguito di 22 anni di impegno scientifico, è stato possibile mettere a punto una molecola nota come GV-971 e conosciuta anche con il nome di sodium oligomannate. Come sopra ricordato, i suoi effetti riguardano la regolazione della risposta dei batteri dell’intestino.

Utilizzando modelli animali, gli studiosi sono riusciti a dimostrare che, in caso di squilibrio del microbiota intestinale, aumenta il rischio di avere a che fare con l’accumulo di fenilalanina e isoleucina, con conseguenze concrete sull’aumento di cellule di natura proinfiammatoria. Queste ultime, quando entrano nel cervello, ricoprono un ruolo decisivo nel processo di neuroinfiammazione notoriamente associato al morbo di Alzheimer.

I dettagli del lavoro sono stati pubblicati sulle pagine delle rivista Cell Research. Il già citato studio clinico di fase 3 ha coinvolto 1.119 persone. A un follow up di 36 settimane, è stato possibile notare un miglioramento dei sintomi della malattia.

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