Vaccino Covid-19 e sclerosi multipla, quando si riducono gli anticorpi

Uno studio che ha coinvolto 35 centri in tutta Italia fa il punto sugli effetti del vaccino anti-Covid nei pazienti affetti da sclerosi multipla

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

C’è una domanda che spesso si presenta quando si parla della vaccinazione per il virus sars-CoV2. Nelle persone che stanno seguendo trattamenti che impattano sul sistema immunitario, il vaccino può dare lo stimolo atteso facendo produrre all’organismo la quantità di anticorpi contro il virus attesa?

Detto che la vaccinazione è molto importante in chiave protettiva e che deve essere il curante a definire la situazione caso per caso, ora la ricerca italiana fa luce sul problema almeno per quanto riguarda la sclerosi multipla, malattia neurologica che interessa soprattutto le donne. Uno studio dimostra infatti che ci sono alcuni farmaci impiegati nel trattamento della patologia che potrebbero limitare gli anticorpi specifici.

35 centri coinvolti in tutta Italia

Lo studio ha coinvolto 35 centri nazionali per la sclerosi multipla, coordinati dall’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino e dall’Università di Genova, ed è stato pubblicato su appena pubblicata sulla prestigiosa rivista EBioMedicine. Lo studio è stato cofinanziato da AISM con la sua Fondazione (FISM). Dopo un mese dalla seconda dose, la maggior parte dei pazienti vaccinati con Moderna o con Pfizer ha una copertura anticorpale elevata contro Covid-19. La percentuale si riduce in chi è trattato con fingolimod (93%), rituximab (64%) e ocrelizumab (44%).

In tutti i pazienti, senza distinzione di età, sesso e tipo di terapia, è stato osservato che Moderna determina livelli anticorpali 3.2 volte più alti rispetto a Pfizer. Questo è il primo grande studio che analizza la vaccinazione anti-COVID nell’ambito della malattia, aprendo la strada ad una protezione “su misura” per i pazienti neurologici fragili in trattamento con farmaci che inibiscono il sistema immunitario.

La sclerosi multipla è una malattia autoimmune, in cui il sistema immunitario aggredisce la mielina che riveste i nervi provocandone un progressivo malfunzionamento cui segue nel tempo la comparsa di disabilità – spiega Maria Pia Sormani, del Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università di Genova, coordinatrice principale dello studio. In Italia ne soffrono circa 130.000 persone, con una incidenza di circa 3.600 nuovi casi all’anno e in tre casi su quattro si tratta di donne. Al momento non esistono cure definitive, ma terapie che consentono di rallentare il decorso della malattia e quindi la comparsa di disabilità, motorie e non solo, soprattutto modulando l’attività delle cellule del sistema immunitario”.

I pazienti con sclerosi multipla sono stati inseriti nella categoria dei “fragili” con vaccinazione anti-Covid prioritaria; tuttavia finora, a eccezione di risultati preliminari arrivati da Israele, primo paese al mondo ad aver avviato la campagna vaccinale, non era noto l’effetto dei vaccini su questi malati. La ricerca italiana ha coinvolto 780 pazienti, suddivisi in 12 gruppi in base al tipo di terapia ricevuta, che si sono sottoposti volontariamente alla vaccinazione anti-Covid, 594 con Pfizer e 186 con Moderna.

“Il dosaggio degli anticorpi è avvenuto dopo 4 settimane dalla seconda dose del vaccino, quando cioè si dovrebbe avere la più alta produzione di anticorpi – precisa Sormani – I risultati dimostrano che fingolimod, rituximab e ocrelizumab, inibiscono la produzione di anticorpi in seguito alla vaccinazione contro il Covid-19. Nei pazienti trattati con tutti gli altri farmaci i livelli sono normali. Inoltre, i pazienti vaccinati con Moderna hanno livelli di anticorpi di oltre 3 volte maggiori rispetto a quelli ottenuti con il vaccino Pfizer”.

Cosa significano questi dati?

Non è ovviamente possibile trarre conclusione definitive sulla reale risposta dell’organismo dei soggetti vaccinati in trattamento. “Non sappiamo ancora – prosegue Antonio Uccelli, neuroimmunologo e Direttore Scientifico del San Martino – se la riduzione di anticorpi contro il Covid si traduca in una minore efficacia del vaccino. A questo proposito è fondamentale monitorare clinicamente i pazienti e studiare la risposta al vaccino mediata da altri tipi di cellule immunitarie, per esempio i linfociti T, che potrebbe garantire comunque una protezione sufficiente”.

La Fondazione Italiana Sclerosi Multipla ha finanziato questo studio nell’ambito della Alleanza italiana di ricerca promossa con il “Registro Italiano Sclerosi Multipla”, la Società Italiana di Neurologia (SIN) con il Gruppo di Studio Sclerosi Multipla (il network di tutti i Centri Sclerosi Multipla italiani) e l’Associazione Italiana di Neuroimmunologia (AINI): insieme hanno sottoscritto un’Alleanza per promuovere un’agenda di ricerca sull’impatto dell’infezione da Covid-19 nelle persone con sclerosi multipla e, in particolare, la relazione tra Covid-19 e farmaci modificanti la malattia e vaccinazione.

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