Tumore dell’ovaio, una giornata per la sensibilizzazione in tempo di Covid-19

Il tumore ovarico è il più grave e il più letale. Fondamentale è la diagnosi precoce: i campanelli d'allarme da non sottovalutare

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Ci sono occasioni importanti per ricordare che esistono malattie nei confronti delle quali la scienza avanza, ma non ha ancora trovato la soluzione. Una di queste è la Giornata Mondiale sul Tumore Ovarico, che si celebra l’8 maggio per la settima volta.

Come ricorda Loto Onlus, che fa parte del Comitato Organizzatore insieme ad altre circa 140 associazioni, ricerca, informazione e diagnosi tempestiva sono le parole d’ordine per combattere il più pericoloso dei tumori femminili.

“La giornata mondiale del Tumore Ovarico quest’anno ha un compito speciale: ricordare alle donne che esiste un’emergenza permanente legata a questo tumore, che non può essere messa in secondo piano dall’emergenza Covid-19”.

Questo il messaggio di Nicoletta Colombo, Direttore del Programma Ginecologia Oncologica dell’Istituto Europeo di Oncologia e Presidente del Comitato Tecnico Scientifico di ACTO (Alleanza contro il tumore ovarico). “Il cancro ovarico – spiega Colombo- è il più grave tumore femminile, con una mortalità del 60 per cento. In teoria avremmo gli strumenti per dimezzare questa percentuale, se riuscissimo ad individuare la malattia agli esordi. Purtroppo ancora non abbiamo un esame affidabile di screening, ma ci rimangono altre due armi da utilizzare: la tempestività e la massima appropriatezza dell’intervento terapeutico. Questi due pilastri sono salvavita per la donna con una diagnosi di tumore ovarico, e non possono crollare per il rischio di contrarre un virus, per quanto faccia paura”.

Difficile arrivare presto

Sono più di 50.000 le donne con in questo momento convivono con questa diagnosi. Il tumore ovarico è rappresenta la malattia tumorale femminile meno conosciuta, più sottostimata, ma anche la più letale: in Italia lo scorso anno sono stati diagnosticati 5.300 nuovi casi e solo il 40 per cento delle pazienti colpite, stando ai dati dell’Associazione Italiana Oncologia Medica (AIOM), supera i cinque anni dopo la diagnosi pur se le possibilità di cura sono in crescita.

L’obiettivo, come spesso accade nella lotta ai tumori, è arrivare presto a identificare la lesione. Purtroppo la diagnosi precoce è rara. E così il tumore ovarico in circa tre casi su quattro casi viene diagnosticato quando è già in stadio avanzato, perché la malattia inizialmente si accompagna a sintomi così aspecifici da essere confusi con malesseri meno gravi: dolori e gonfiore addominale persistente, la necessità di urinare spesso, fitte alla pancia, stipsi o difficoltà digestive, ma anche mancanza di appetito e la sensazione di essere subito sazie.

Si tratta di campanelli d’allarme che se persistenti dovrebbero indurre la donna a parlarne con il ginecologo, che deve almeno considerare la possibilità di un tumore ovarico e sottoporre la paziente ad una visita ginecologica accurata e subito dopo ad un’ecografia transvaginale e addominale. Arrivare presto significa molto: quando il tumore è limitato ancora all’ovaio la prospettiva di guarigione cambia completamente.

Va anche ricordato che  ad oggi per il tumore ovarico non esistono strumenti di prevenzione, come il Pap test o l’HPV test per il tumore del collo dell’utero, né esistono test di screening per la diagnosi precoce, come la mammografia per il tumore al seno. Tuttavia, una maggiore attenzione ai primi segnali può portare a una diagnosi tempestiva che aiuta a individuare e a curare il tumore a uno stadio iniziale, migliorando le prospettive di guarigione.

Dall’ecografia alla cura

Ricordate quindi che ogni volta che si presenta un sintomo che non è mai stato presente e che si ripete per settimane, una donna deve allertarsi e rivolgersi subito al ginecologo che deciderà gli accertamenti del caso, prima di tutto un’ecografia che può, ma non sempre, individuare la massa ovarica.

Se il tumore ovarico viene diagnosticato in stadio iniziale la possibilità di sopravvivenza a 5 anni è del 75-95 per cento mentre la percentuale scende al 25 per cento per tumori diagnosticati in stadio molto avanzato.

La diagnosi tempestiva cambia la prognosi perché consente una chirurgia ottimale che a sua volta influenza positivamente il dopo intervento. Negli stadi avanzati, la guarigione può essere raggiunta da circa il 30 per cento delle pazienti. Per l’altro 70 per cento, l’obiettivo si sposta sulla cronicizzazione della malattia: attraverso l’impiego dei farmaci più efficaci, si cerca di far convivere la paziente con il tumore il più a lungo possibile, assicurandole al tempo stesso la migliore qualità di vita.

Su questo fronte importanti prospettive, oltre alle cure già disponibili dopo l’intervento chirurgico, vengono rappresentate dai PARP-inibitori, che possono essere somministrati per bocca e hanno indicazioni precise. E si inizia già a parlare anche di immunoterapia.

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