Tumore dell’ovaio: crescono le opportunità di trattamento

Novità importanti in ambito farmacologico per la cura del carcinoma ovarico, che migliorano la qualità di vita delle pazienti

Circa 5200 casi l’anno in Italia. E, purtroppo, una diagnosi che difficilmente arriva quando la lesione è agli inizi, perché i primi sintomi sono spesso generici: gonfiore addominale, dolore nella parte bassa dell’addome, bisogno frequente di urinare, inappetenza.

Se si dovesse tracciare un identikit del tumore ovarico, questa è la situazione fino al riconoscimento della lesione. Ma se si passa al trattamento, tante sono le novità importanti. In particolare l’avvento negli ultimi anni dei PARP inibitori ha cambiato il paradigma terapeutico della patologia carcinoma ovarico e di conseguenza le prospettive e la qualità di vita delle pazienti. Stiamo vivendo una piccola rivoluzione che oggi fa registrare un ulteriore decisivo passo in avanti.

Un farmaco attivo anche se non ci sono mutazioni

Un farmaco di questa famiglia, chiamato niraparib, è stato approvato anche in Italia per il trattamento di mantenimento in prima linea, da solo, per pazienti con con carcinoma ovarico epiteliale di alto grado avanzato alle tube di Falloppio o peritoneale primario, in risposta completa o parziale dopo chemioterapia a base di sali di platino.  La novità fondamentale è che si tratta del primo farmaco di questa classe ad essere indicato come trattamento di mantenimento in prima linea per tutte le pazienti, indipendentemente dal loro stato mutazionale.  A poter beneficiare di niraparib non saranno quindi solo le pazienti con carcinoma ovarico BRCA mutato (BRCAm) – circa una su quattro tra quelle in stadio avanzato – ma anche le pazienti prive di mutazione BRCA (circa tre su quattro). Inoltre, nel caso delle pazienti BRCA mutate, la disponibilità di niraparib offre all’oncologo l’opportunità di scegliere il PARP inibitore più appropriato sulla base delle caratteristiche di ogni singola paziente.  A sostegno della nuova indicazione di niraparib ci sono i risultati dello studio PRIMA, che ha dimostrato nel contesto di mantenimento di prima linea un beneficio in termini di tempo libero da recidiva clinicamente e statisticamente significativo, sia nelle pazienti BRCA mutate (60%), che in quelle senza mutazione di BRCA (57%).

Nella popolazione complessiva niraparib ha ridotto il rischio di progressione o morte del 38% rispetto a placebo. Questi risultati sono particolarmente importanti in quanto l’80% delle pazienti dopo la chemioterapia va incontro a recidiva.  “Il vantaggio aggiuntivo per le pazienti” spiega Domenica Lorusso, associato di ginecologia e ostetricia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e responsabile della ricerca clinica alla Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS “consiste nella monosomministrazione orale al domicilio, che ben si concilia con il ritorno ad una vita il più possibile vicina alla normalità al termine della chemioterapia. Oggi non è più ammissibile che una paziente con carcinoma ovarico di nuova diagnosi non riceva alcuna terapia di mantenimento al termine della chemioterapia”.

Ma le mutazioni vanno ricercate

In ogni caso, effettuare il test BRCA rimane fondamentale, già al momento della diagnosi. Il risultato del test ha sia un’implicazione terapeutica che un valore prognostico: le pazienti con mutazione BRCA hanno una prognosi migliore e rispondono meglio in generale a specifici trattamenti. Effettuare il test ha inoltre un valore preventivo, visto che le donne con la mutazione presentano un maggiore rischio di sviluppare anche altri tumori.  “Anche in presenza di PARP inibitori come niraparib che possono essere prescritti indipendentemente dalla mutazione di BRCA, perchè hanno dimostrato efficacia in tutte le pazienti, il test per il BRCA deve essere effettuato in tutte le donne con carcinoma ovarico già alla diagnosi di malattia” conferma l’esperta.  Una volta individuata la mutazione, l’indagine si può estendere alle altre donne della famiglia e possono essere messe in atto delle strategie di prevenzione o di riduzione del rischio, come per esempio l’asportazione delle tube e delle ovaie (in futuro probabilmente solo delle tube), quando la donna ha completato la vita fertile.