Tumore al seno, quando si potrà evitare il bisturi

Studi hanno valutato gli effetti di una terapia ormonale su un particolare tumore della mammella, il carcinoma duttale in situ, considerato una forma precancerosa

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Una compressa tutti i giorni per controllare una particolare forma di tumore della mammella, il carcinoma duttale in situ, quando risponde al trattamento ormonale. E solo nelle donne dopo la menopausa. Il tutto, senza bisogno dell’intervento chirurgico e della radioterapia locale.

È questa la nuova frontiera, ancora da valutare completamente, che si apre con la pubblicazione su Journal of Clinical Oncology dello studio clinico coordinato da Shelley Hwang del Duke University Medical Center. Sia chiaro: si tratta solo di una prima osservazione e soprattutto si riferisce ad un solo, specifico tipo di lesione che appunto ha la caratteristica di rimanere molto localizzata.

Cos’è il carcinoma duttale in situ

Si tratta di una lesione molto specifica, che colpisce le cellule dei dotti e aumenta il rischio di avere un cancro nello stesso seno. Più che un vero tumore viene oggi considerato, come segnala il sito dell’AIRC, una forma precancerosa più che un vero e proprio tumore. Nella maggior parte dei casi, infatti, non si evolve verso un cancro vero e proprio ma regredisce spontaneamente per azione dei meccanismi di difesa dell’organismo.

È proprio in donne che presentavano questa specifica lesione, e con recettori ormonali positivi, si è svolta la ricerca che ha proposto una terapia ormonale preoperatoria con 2,5 mgilligrammi al giorno di Letrozolo, un farmaco che blocca l’effetto degli estrogeni, a donne in menopausa con diagnosi di tumore duttale in situ. La loro neoplasia doveva essere positiva per il recettore ormonale degli estrogeni e considerata a basso rischio di recidiva. Dopo 6 mesi di trattamento orale, queste pazienti sono state comunque operate, ma nel 15 per cento dei casi non c’era più evidenza di malattia residua.

Cosa può cambiare ora in questi casi

Alcuni ricercatori italiani hanno scritto l’editoriale scientifico che accompagna l’articolo: si tratta di Matteo Lazzeroni della Divisione di Prevenzione e Genetica Oncologica dell’Istituto Europeo di Oncologica di Milano, diretta da Bernardo Bonanni, e di Andrea DeCensi dell’U.O. Complessa di Oncologia Medica dell’Ospedale Galliera di Genova.

Gli esperti segnalano come questo studio sia il primo che valuta l’effetto della terapia ormonale per questi tumori ormonoresponsivi, supportando sia la rilevanza che la fattibilità di studi futuri sulla sola terapia farmacologica a lungo termine come possibile trattamento elettivo per i DCIS al posto della chirurgia.

Una terapia ormonale a basse dosi è sicuramente una strategia promettente e rappresenta un importante passo avanti nello sviluppo di misure efficaci per la riduzione del rischio di cancro al seno, in primis per il suo migliore profilo di tossicità.

Recentemente, un aggiornamento delle linee guida americane (ASCO) ha giudicato il farmaco tamoxifene, un altro anti-ormone, assunto a basse dosi una valida opzione per le donne con neoplasie in situ della mammella: questo aggiornamento si basa sui risultati di uno studio italiano, in cui il tamoxifene ad un quarto della dose standard per soli tre anni (contro i normali  cinque anni) ha dimostrato di ridurre del 50 per cento il rischio di recidiva della malattia mammaria, senza effetti collaterali importanti”. Insomma: si apre la strada per strategie meno invasive per la riduzione del rischio di cancro al seno.

L’approccio farmacologico alternativo alla chirurgia è attualmente adottato negli Stati Uniti per altre precancerosi mammarie (iperplasia duttale atipica e neoplasia lobulare in situ), ma non lo è ancora in Europa.

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