Tumore al seno, microbolle intelligenti per curarlo

Una speranza per la cura del tumore al seno e anche per limitare i danni di un infarto arriva da una nuova tecnica che utilizza microbolle e ultrasuoni

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Come nei cartoni animati o, se preferite, nei giochi dei bambini. Immaginate piccolissime bolle che arrivano esattamente dove si vuole, poi, grazie agli ultrasuoni, esplodono silenziosamente rilasciando quanto trasportano. Sembra fantascienza, ma questo può avvenire anche all’interno del corpo umano e potrebbe diventare una speranza per la cura del tumore al seno e forse, in futuro, anche per limitare i danni dopo un infarto.

La strategia del Cavallo di Troia

L’ipotesi di lavoro emerge da una ricerca dell’Università di Tel Aviv, pubblicata sulla rivista dell’Accademia Americana delle Scienze PNAS. In pratica le microbolle agiscono come una vero e proprio cavallo di Troia: al loro interno sono infatti presenti geni che possono dare vita ad un’immunoterapia mirata nei confronti delle cellule malate.

Oltre ad avere un’azione “diretta” sulla lesione legata al suo scoppio, la microbolla è quindi una sorta di trasportatrice, che deve però essere attivata per aprirsi e liberare il proprio contenuto, come vediamo ogni giorno nei giochi elettronici che facciamo su tablet o sullo smartphone. Ed è a questo punto che entrano in gioco gli ultrasuoni, del tutto indolori per l’organismo (pensate solo a quanto avviene con l’ecografia) ma capaci comunque di dare uno stimolo tale da far aprire, esattamente come un uovo, ogni microbolla. Aprendosi in corrispondenza della cellula tumorale grazie allo stimolo di una semplice sonda esterna, la microbolla rilascia quindi il suo contenuto. Come se fosse un virus che provoca un’infezione, la microbolla si apre e rilascia un gene predisposto per sensibilizzare il sistema difensivo dell’organismo ad attaccare il tumore, come se appunto fosse un virus esterno, secondo la strategia dell’immunoterapia.

Ogni microbolla ha un diametro che è un decimo di quello del vaso in cui deve circolare, quindi si mescola perfettamente nel sangue e circola fin quando arriva nel punto voluto. Come un palloncino pieno di elio, simili a quelli che i bambini lanciano in cielo in occasione delle feste,  si può allargare ed arriva a esplodere direttamente in prossimità della lesione tumorale. In questo modo si rilascia lo stimolo difensivo esattamente dove serve. Al momento la tecnica è stata studiata negli animali di laboratorio, quindi ci vorrà tempo prima che arrivi all’uomo. Ma è comunque una grande speranza che potrebbe essere sviluppata anche per altre malattie.

Le esperienze sul cuore

Dopo un infarto, è fondamentale agire sul blocco della circolazione all’interno di una o più arterie coronariche che in qualche modo inibisce l’arrivo del sangue e dell’ossigeno alle cellule cardiache e quindi dà il via all’ischemia. La prima regola è arrivare presto, quindi non bisogna perdere tempo. Poi, dal punto di vista medico, ciò che conta è far sì che questo coagulo si sciolga al più presto o comunque l’arteria venga dilatata con il classico “palloncino” durante l’angioplastica.

È sul primo fronte che le microbolle potrebbero risultare utili, perché si comportano come veri e propri “minatori” capaci di attaccare il coagulo denso che si è creato nel vaso. L’ipotesi viene da una ricerca dell’Università di San Paolo del Brasile, che ha preso in esame pazienti con una forma particolarmente grave d’infarto, quella legata all’occlusione totale di un’arteria coronarica.  Le microbolle sono arrivate nell’arteria e a grazie all’azione degli impulsi ad alta frequenza, collassano fino a diventare veri e propri “scalpelli” che agiscono sul trombo. Al momento la tecnica è stata testata solamente nel centro brasiliano su un centinaio di pazienti, più che altro per valutarne la fattibilità futura. I primi test sull’uomo sono già iniziati.

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