Tumore al seno, l’importanza del volontariato

La pandemia non ha fermato i volontari che hanno dato il loro supporto alle donne malate di tumore al seno e alle loro famiglie

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Covid-19, tra i suoi numerosissimi effetti collaterali sul fronte sociale, ha messo in luce un aspetto da non sottovalutare. Nel periodo peggiore della pandemia, durante il lockdown più stretto, è ovviamente stato difficile fornire il fondamentale supporto del volontariato alle donne colpite dalla malattia e alle loro famiglie. Eppure…. Eppure in Italia non ci si è mai fermati, anche nella complessità della vita nel 2020. Addirittura 3.922 volontari hanno elargito 170.000 ore di volontariato, con attività che hanno coinvolto in tutto circa 29.500 pazienti. Inoltre 69.000 donne non malate sono state avvicinate alla tematica della prevenzione, attraverso iniziative di sensibilizzazione.

Un rapporto sul tema

A snocciolare queste cifre è il rapporto Analisi del Valore Sociale generato dalle associazioni di volontariato del tumore al seno Anno 2020. Il documento è promosso da Europa Donna Italia e redatto da PwC. L’analisi è stata svolta sulla base dei questionari inviati a 121 associazioni (di cui 104 della rete di Europa Donna, 16 di A.N.D.O.S. e 1 di IncontraDonna).

“Per il secondo anno consecutivo è proseguito il nostro impegno per dare rilevanza al valore sociale generato dalla nostra rete di associazioni presenti sull’intero territorio nazionale – spiega Rosanna D’Antona, Presidente Europa Donna Italia -. Il 2020 è stato un anno del tutto straordinario, che ha fortemente limitato l’operato della rete. Molte associazioni sono riuscite, con grande volontà, a portare avanti parte delle attività reinventandosi, altre purtroppo non hanno potuto far altro che sospendere le proprie iniziative nel rispetto del distanziamento sociale imposto dalle autorità ministeriali”.

Secondo lo studio la maggioranza (nel 54% dei casi) delle associazioni opera sul territorio in sedi autonome, a volte messe a disposizione dal comune di appartenenza, a volte da fondazioni o in affitto. Il 38% delle associazioni è attivo sia all’interno delle Breast Unit sia sul territorio. Solo il 2% opera esclusivamente all’interno delle Breast Unit, dato questo che indica un riconoscimento troppo basso del lavoro offerto da questa forza lavoro volontaria, a complemento dell’attività sanitaria dei centri dedicati.

Circa il 60% delle attività del volontariato viene indirizzato in attività di advocacy, interloquendo a livello territoriale con gli enti comunali, provinciali, regionali e, in alcuni casi, anche a livello nazionale. Le altre attività riguardano in prevalenza servizi di informazione e sensibilizzazione sui corretti stili di vita e la prevenzione primaria (84%), di guida alla prevenzione secondaria con particolare attenzione all’adesione agli screening, organizzati (81%), di assistenza alle pazienti, rapporto con gli ospedali e sostegno al benessere specie post terapie (dal 59% al 64%). Una parte del tempo viene dedicata alla formazione e ancora all’assistenza ai familiari e a chi si prende cura delle donne con la patologia.

Continuare con l’impegno anche in tempo di Covid-19

Il ruolo dell’associazionismo è importante anche sul fronte della gestione completa della problematica. Lo screening, la diagnosi precoce ed il monitoraggio dei pazienti sono fondamentali in chiave di approccio ai tumori e purtroppo in questo periodo ci sono stati ritardi. Trattare adeguatamente il Covid-19 e prevenire l’infezione attraverso le armi a disposizione è basilare ma non si possono al contempo “dimenticare” le patologie non Covid, che hanno un impatto pesante sulle persone.

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