Solitudine, quanto pesa sui giovani (e non solo)

In questo periodo in cui molte persone si sentono sole, bisogna porre attenzione su alcuni aspetti della nostra vita

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Isolamento. Quarantena. Distanziamento. Parole che in qualche modo sono entrate nel nostro vocabolario di ogni giorno, ed a ragione, visto che si tratta di armi fondamentali per frenare la diffusione del virus Sars-CoV-2, responsabile di Covid-19, ovviamente insieme a mascherine e igiene attenta. Ma non ci sono dubbi che in questo periodo, e non solo, ci sono persone che si sentono sole.

Chi rischia di più la solitudine, anche quando – speriamo prima possibile – riusciremo a controllare meglio il virus? Una risposta giunge da una ricerca apparsa su Journal of Clinical Psychiatry, che dimostra come in età giovanile e di nuovo tra i 40 e i 50 anni si manifestino “picchi” da tenere sotto controllo sul fronte psicologico.

Attenzione ai ritmi del sonno e ai social media

Lo studio è stato condotto dai ricercatori dell’Università della California di San Diego, che hanno preso in esame i dati relativi a quasi 3000 persone sottoposte a un’intervista via web e di età compresa tra i 20 e i 69 anni. Stando ai risultati, a rischio di sentirsi soli sarebbero soprattutto i giovani che si affacciano alla vita e i soggetti tra i 40 e i 50 anni, mentre stranamente i rischi sarebbero inferiori tra i 60 e i 70 anni.

Ovviamente, a fronte di questo quadro molto generale, esistono precisi fattori di rischio che vanno tenuti in considerazione ed emergono chiaramente dall’indagine. In primo luogo, contano le caratteristiche personali, indipendentemente dall’età: avere una rete sociale limitata, fare fatica a intraprendere un rapporto con gli altri e non avere un partner incide molto sul rischio di sviluppare solitudine, ma ci sono altri aspetti che vanno considerati: ad esempio i disturbi del sonno.

Lo studio dimostra che avere pesanti alterazioni sia in senso quantitativo che qualitativo, ovvero avere frequenti risvegli notturni o fare fatica ad addormentarsi, si correlerebbe con un maggior rischio di sentirsi soli in tutte le età. Sul fronte poi delle scelte, dall’indagine emerge che la percezione di avere uno scarso ruolo sociale e ovviamente una forte componente ansiosa tendono ad associarsi con una più pesante sensazione di solitudine a tutte le età.

Per i giovani, infine, bisogna considerare un aspetto venuto alla ribalta negli ultimi anni, con la diffusione dei social media. Stando a quanto riportano gli autori dello studio, infatti, molte persone tra i 20 e i 30 anni tendono a “valutare” il proprio stato nei confronti degli altri in base al numero di “like” e di “followers” che riescono ad avere, valutando quindi il proprio status sociale anche in base a questo. Purtroppo nel caso in cui non ci siano i riconoscimenti attesi in questo senso si va incontro a una serie di situazioni che, in qualche modo, rendono più difficile avere la giusta percezione di sé stessi e quindi tendono a isolare la persone, facilitando l’insorgenza della solitudine.

L’impatto di Covid-19

L’indagine americana non ha preso in esame quanto accade in tempi di pandemia, ma è ovvio che questa situazione può comunque esacerbare la percezione di solitudine di molte persone. L’importante, sul fronte psicologico, sarebbe “condividere” le scelte che portano a rimanere a casa, altrimenti possono manifestarsi altri rischi, come recentemente riportato sulla rivista Lancet: un team del King’s College di Londra ha preso in esame diversi studi sull’argomento, segnalando come il periodo che stiamo vivendo rischi di  aprire la strada a un impatto negativo sul benessere psichico dei soggetti.

Secondo lo studio, i sentimenti che possono dominare in questa fase sono soprattutto la rabbia e la confusione, legate in particolare alla paura dell’infezione, alla scarsa informazione, al timore di perdere la stabilità economica. Contromisure possibili? Tenersi informati e partecipare, magari anche a distanza, con quanto accade.

Occorre trovare un giusto mezzo mantenendo la giusta dose di timore ma senza cadere nel rischio di infodemia. Nelle persone più fragili l’eccesso di informazioni spesso contrastanti favorisce infatti l’insorgenza di ansia e depressione, ampliando così la percezione di isolamento.

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