Smartphone: ti concentri di più, se lo hai vicino e non lo usi

Avere il cellulare accanto, anche senza usarlo, migliora la concentrazione. Ma attenzione alla sindrome da Smartphone

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Quando si è concentrati sul cellulare ci si dimentica di (quasi) tutto. Provate a salire sul treno o in metropolitana. E guardate per un attimo le persone. C’è chi si isola ascoltando musica con le cuffie, chi invia messaggi, chi legge con gli occhi chini sullo schermo del dispositivo. Eppure lo smartphone non ha solo effetti negativi sulla concentrazione. Basta averlo a disposizione e non usarlo. Almeno questo consiglia una ricerca condotta all’Università di Stanford, negli USA.

Se non abbiamo il cellulare, stress al top

Strano davvero. Quando sappiamo di avere a portata di mano lo smartphone, ma non possiamo impiegarlo, la nostra capacità di concentrarci cresce. A dimostrarlo è una ricerca coordinata da Dave Markowitz, che lavora all’Università di Stanford, apparsa sulla rivista PloS One.

Per dimostrare questa teoria, che in pratica segnala come il cellulare logora chi non può usarlo ma al contempo lo costringe ad essere attento a quanto sta avvenendo, gli scienziati americani hanno preso in esame 125 persone, suddivise in gruppi di versi. Tutti sono rimasti per sei minuti (sembra poco ma a volte anche un lasso temporale così breve appare molto lungo) in una stanza vuota. Quelli di un gruppo potevano impiegare liberamente lo smartphone, quelli del secondo l’avevano lasciato fuori dalla stanza e il terzo gruppo si trovava forse nella condizione più complicata. Pur avendo il dispositivo davanti agli occhi, i partecipanti di questo gruppo non avevano la possibilità di prenderlo in mano, chattare o chiamare.

Rilevando lo stress  con uno strumento particolare che misura lo stato elettrico dell’epidermide e sottoponendo i partecipanti a questionari, gli esperti hanno rilevato che chi non poteva avere lo smartphone tra le mani perché lo aveva lasciato in un altro ambiente presentava un livello di stress molto elevato e faticava a concentrarsi, ovviamente in confronto a chi invece poteva giocherellare o chiamare, anche dopo un periodo di soli sei minuti. Attenzione però. Il dato che più colpisce è un altro.

Chi aveva l’affezionato mezzo di comunicazione posato sul tavolino, ma con il divieto assoluto di impiegarlo, si dichiarava estremamente concentrato. Succedeva quindi qualcosa di simile quando ci poniamo di fronte ad un desiderio. Siamo estremamente pronti a puntare su di esso e concentriamo meglio la nostra attenzione. Soprattutto, chi aveva il cellulare a portata di mano si trovava più pronto a pensare a qualcosa, magari alla famiglia o al lavoro, mentre chi lo aveva lasciato nella stanza attigua quasi si trovava “sperso”.

La certezza di non essere isolati

Insomma: essere “online” è importante. E la sensazione di poter avere a breve il dispositivo a portata di mano può essere addirittura uno stimolo a concentrarsi. Guai però a diventare dipendenti, cosa che si rivela invece “stressogena”.

A dirlo è una ricerca di qualche tempo fa che ha voluto studiare una specie di “sindrome” da smartphone. Molti si sentono nervosi o agitati, con evidente difficoltà a rispondere correttamente agli stimoli esterni, mentre attendono  una condivisione su Facebook o ancora una missiva che giunge da chi segue Twitter.

Lo studio, condotto all’Università di Worchester, nel Regno Unito, dice che su 100 utilizzatori di  questi strumenti di connessione con il mondo virtuale di internet,  il 37 per cento degli adulti e addirittura sei adolescenti su dieci si dimostrano del tutto dipendenti dall’apparecchio. Per giungere a questa conclusione gli studiosi guidati da Richard Balding hanno compilato uno speciale questionario e sono stati sottoposti a test psicometrici mirati.

Dalle valutazioni dei dati raccolti è infatti emersa una vera e propria dipendenza dai suoni e dalle vibrazioni che annunciano un contatto con l’esterno, tanto che a volte si percepiscono segnalazioni inesistenti di messaggi o comunicazioni mai ricevute. Se pensate che la ricerca è di qualche anno fa, e che la situazione potrebbe essere anche peggiorata, c’è di che essere preoccupati.

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