Udito, se senti poco peggiora la memoria

A sottolinearlo ci ha pensato un recente studio tedesco i cui dettagli sono stati pubblicati sulle pagine della rivista Cerebral Cortex

Federico Mereta Giornalista Scientifico

“Cosa hai detto?”: se questa domanda diventa frequente nel nostro lessico quotidiano, forse è arrivato il momento di correre ai ripari. E non solo perché costringiamo gli altri a parlare a volume alto o a ripetere i loro pensieri a voce alta, ma perché, alla lunga, sentire poco e male potrebbe avere un impatto anche sulla memoria. Una ricerca tedesca spiega perché.

Le relazioni tra udito e cervello

Tra udito e cervello esiste un intreccio invisibile ma strettissimo, che alimenta un circolo vizioso: gli studi scientifici dicono che un calo dell’udito è associato a un aumento di oltre tre volte della probabilità di sviluppare una forma di degenerazione cognitiva, mentre nel 75% di chi soffre di un deficit cognitivo si registra anche un disturbo dell’udito.

A rischio di cali dell’udito sono tutte le persone: basti pensare che l’esposizione a rumori superiori a 90 decibel per otto ore al giorno, in pratica una soglia che definisce il rumore forte come la sirena di un’ambulanza che passa, può indurre negli anni una perdita uditiva permanente. Ma ovviamente sono gli anziani che hanno i maggiori problemi. La presbiacusia, un problema quasi fisiologico ma sicuramente accentuato dal rumore della vita quotidiana, oggi interessa una persona su tre con più di sessant’anni e si concentra soprattutto tra i maschi.

È su questo solco di indagini che arriva ora uno studio condotto sui topi, che per motivi genetici hanno un basso livello dell’udito e che riproducono fedelmente quanto avviene con l’avanzare dell’età nell’essere umano. Stando ai risultati della ricerca, coordinata dagli esperti dell’Università della Ruhr di Bochum e pubblicata su Cerebral Cortex, finalmente l’indagine spiega come mai chi sente poco tende ad avere qualche deficit in termini di memoria.

In pratica, stando all’ipotesi, la correlazione tra udito e capacità mnemoniche sarebbe da individuare nell’ippocampo, una piccola area del cervello che ha appunto la forma che ricorda quella del cavalluccio marino. Proprio l’ippocampo, infatti, sarebbe una sorta di “rielaboratore” per i processi mnemonici.

Nella ricerca, gli scienziati tedeschi hanno dimostrato che quanto più è significativo il calo dell’udito negli animali da esperimento. tanto maggiore sarebbe il danno alla plasticità dei neuroni dell’ippocampo, che quindi diverrebbero col tempo meno “disponibili” per recepire gli stimoli. Soprattutto, quando cala la capacità uditiva in modo estremamente significativo si possono verificare a detta degli studiosi anche deficit nella memoria spaziale. E questo, negli anziani, può diventare un problema.

Quelle strane connessioni

Il deficit uditivo determina una deafferentazione sensoriale della corteccia cerebrale uditiva. Questo fa ridurre il volume di queste zone e diminuire il numero delle diramazioni che sono necessarie per la comunicazione tra cellule nervose e per il normale svolgimento delle funzioni di ascolto e comprensione.

Non solo: le persone con un calo dell’udito presentano una riduzione nello spessore dei fasci di sostanza bianca nella zona uditiva, cioè di quei fasci nervosi che presiedono al collegamento e all’interazione delle cellule nervose tra loro. Queste alterazioni uditive e del sistema nervoso centrale richiedono l’attivazione di molti meccanismi compensatori cerebrali, che impattano pesantemente sull’impegno cognitivo necessario all’ascolto, affaticando il cervello e rendendolo meno efficiente per lo svolgimento delle altre funzioni cerebrali.

Non sentiamo solo con le orecchie, ma anche (e soprattutto) con il cervello. In pratica, il suono di una parola non attiva soltanto la corteccia uditiva, dove la parola viene “sentita”, ma accende numerose aree e reti del cervello dove viene “compresa” o collegata da un punto di vista semantico e cognitivo. Se un lato i processi cognitivi incidono sul modo in cui le persone sentono, dall’altro gli stimoli sonori attivano la corteccia cerebrale a tutto campo.

Si tratta di un vero e proprio intreccio, che si manifesta anche quando si riscontra un deficit: un calo uditivo può infatti ridurre il volume della corteccia cerebrale, determinando cambiamenti strutturali e funzionali nel cervello; mentre il declino cognitivo può peggiorare le capacità di ascolto e di comprensione delle parole, favorendo la comparsa dell’ipoacusia.

Ovviamente poi ci sono altri elementi, come lo stress e la fatica fisica, che incidono ulteriormente sulla capacità uditiva. Il messaggio è però chiaro: maggiore è l’ipoacusia, più alto è il rischio di sviluppare un deterioramento cognitivo grave. Ma le contromisure esistono. Con un intervento precoce sull’udito si può influire su queste percorso: la giusta amplificazione acustica si associa a un declino cognitivo più lento in un arco di 25 anni, permettendo di mantenere una buona funzionalità cerebrale.

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