Pennichella, gli effetti positivi sulla memoria

La pennichella rigenera il cervello e aiuta la memoria nei processi di apprendimento. Quanto è consigliato dormire

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Non ha senso fare gli eroi. Cene che durano una vita, pranzi difficili da digerire, gite nelle città d’arte, viaggi all’estero, serate che si ripetono tra danze, balli e giochi con gli amici. C’è il rischio che il sonno diventi insufficiente e che anche la testa si senta stanca. Concentrarsi diventa difficile.

Allora, non abbiate timore e non vergognatevi. Dopo pranzo, se sentite le palpebre che si abbassano, non forzatevi a rimanere svegli. E non solo perché lo stomaco richiama sangue ed ossigeno che, ovviamente, non è disponibile per il sistema nervoso. Qualche minuto di riposo può essere di grande aiuto, anche per rigenerare il cervello. Lo dice la scienza.

L’importante è riposare

Se non si riposa a sufficienza, il rischio è quello di veder scemare le capacità di memorizzare. Sia chiaro: non stiamo parlando del classico “flash” legato alla memoria a breve termine, che magari ci permette di ricordare un volto ad una festa.

La pennichella, per chi non dorme a sufficienza, diventa un sostegno fondamentale (ovviamente se le notti “brave” si ripetono!) quando occorre “fissare” il ricordo nella memoria a lungo termine.

È questa che ci permette, ad esempio, di portare immediatamente alla mente i nomi delle persone, piuttosto che di sapere come comportarci alla guida. L’ideale, provare per credere, sarebbe giacere in poltrona o su letto per 60-90 minuti, pur se probabilmente anche un tempo minore di riposo può essere utile. Il consiglio viene da una ricerca del Centro per lo Studio del Cervello e del comportamento dell’Università di Haifa, pubblicata qualche tempo fa su Nature Neuroscience.

Gli scienziati hanno valutato due gruppi di persone: in uno i soggetti riposavano regolarmente dopo pranzo, nell’altro rimanevano attivi costantemente fino a sera. Il risultato? Sottoponendo tutti i partecipanti a prove di abilità manuale connesse con il ricordo di una precedente “istruzione”, si è visto che chi riposava regolarmente il pomeriggio migliorava costantemente nelle prestazioni, che invece rimanevano immutate in chi proseguiva nella propria attività.

Così riposare aiuta la memoria

Durante il sonno ad onde lente, il cosiddetto sonno non Rem, i neuroni stimolati in veglia nel corso di un processo di apprendimento sembrano riattivarsi  e rinforzare i loro collegamenti, favorendo i processi di memorizzazione.

È per questo che, probabilmente, il sonno è una sorta di “rigenerante” per le cellule nervose, che nel corso della giornata si “riempiono” di informazioni come i cassonetti della spazzatura e creano quindi nuove connessioni. Con il riposo verrebbero invece eliminati i collegamenti inutili che durante il giorno si creano tra le cellule nervose. Il sonno, quindi, potrebbe essere un valido meccanismo perché il cervello metta in ordine le sue competenze: ed è particolarmente utile considerando che non tutte le aree cerebrali si impegnano allo stesso modo nel corso di una giornata.

Se ci si lascia andare per giorni ad un riposo insufficiente, tra giorno e notte, quindi, le prestazioni calano. E magari, ulteriore effetto collaterale della mancanza del giusto riposo (quale che sia l’ora in cui si gusta), anche il peso può lievitare, pur se si sta attente all’alimentazione e si fa una regolare attività fisica.

La scienza dice che le persone che dormono di meno hanno una possibilità più alta di divenire obesi e d’altra parte i soggetti obesi – indipendentemente dalla presenza di apnee notturne – si lamentano più frequentemente di sonnolenza diurna. E se non procedono al pisolino, rischiano di ritrovarsi con l’ago della bilancia drammaticamente fuori posto.

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