Parliamo “bene” ai bambini piccoli e parleranno meglio da grandi

Il linguaggio è fondamentale: per questo, rivolgerci nel modo giusto ai più piccoli, è importante perché siano degli adulti che sanno esprimersi al meglio

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Avete mai visto una mamma che parla al suo bimbo di pochi mesi? Lei, così come il papà e i nonni, allungano a dismisura le parole, le pronunciano molto lentamente, accompagnano la voce con l’espressione del volto. Apparentemente questo modo di parlare con i più piccoli è buffo e può anche capitare di chiedersi se sia davvero utile per il suo sviluppo e per le loro capacità future di esprimersi. Ebbene, se capita di tenere questo fluire delle parole sulla scorta dei presunti o reali bisogni del bebè, probabilmente ci stiamo comportando nel modo giusto.

E non solo perché riusciamo ad attrarre la loro attenzione, rivolgendoci espressamente a loro, ma anche perché proprio grazie a questo buffo strascicare delle parole, a volume elevato, il bimbo potrebbe essere maggiormente in grado di parlare a sua volta, quando sarà più grandicello. A dirlo è una ricerca condotta dagli esperti dell’Università della Florida e dell’Università Mc Gill, pubblicata su Journal of Speech, Language, and Hearing Research.

Via libera all’emulazione

Per i genitori, insomma, pensare a quello che universalmente viene definito “baby talk” è importante. E proprio lo stile verbale che si impiega nel chiacchierare e nel racconto con i più piccoli contribuirebbe ad instaurare una sorta di stimolo per le loro prime parole, perché così facendo si abitua il bebè a produrre il proprio discorso. Imitando il suono di un tratto vocale più breve, infatti, a detta degli scienziati si aiuta il piccolo a comprendere come dovranno essere le parole che, più avanti, emetterà. Insomma: se parliamo a voce alta, lentamente, scandendo bene le sillabe probabilmente non lo aiutiamo solo a capire meglio quanto intendiamo dire al bebè, ma probabilmente poniamo anche le basi per una corretta produzione delle parole anche sotto l’aspetto motorio.

La ricerca ha previsto una sorta di “modifica controllata” della frequenza dei suoni, valutando poi la risposta dei piccoli di età compresa tra i sei e gli otto mesi, rilevando che proprio la parola lenta, scandita e a voce alta risulta preferibile per i più piccoli. Al contrario i bebè di età inferiore non avevano ancora questa preferenza e quindi, probabilmente, parlare loro con lentezza, scandendo bene le parole significa offrire una prospettiva di sviluppo del loro linguaggio più efficace. a prescindere dai classici “gorgheggi” che tanto ci fanno divertire nella loro incomprensibilità. Insomma: non pensate che quando vi rivolgete ad un piccolo il modo e il tono delle parole che proferite non siano importanti. A prescindere dalla semplicità dei messaggi, porgere i termini in modo corretto li aiuterà in futuro.

Come parla il bambino

All’inizio i vagiti ci fanno tenerezza. E anche se non capiamo nulla, rappresentano un modo di mettersi in contatto con il mondo, in particolare con le persone che più sono vicine al piccolo. Ma lo sviluppo del linguaggio è ovviamente solo agli inizi. Poi, all’inizio della vita, è bello cogliere i suoi progressi. Si passa rapidamente dai primi vocalizzi, quasi sempre con la a e la e, per poi arrivare alle prime consonanti gutturali: il classico “ghe-ghe” insomma. Poi, intorno ai sei mesi, arrivano le lettere labiali e dentali come p, b, d e t. È verso i nove mesi, ma più spesso dopo questa data, che arriva la magica parola che tutte le madri vogliono sentite.

Normalmente il gentil sesso vince sul sesso forte in questa graduatoria temporale: mamma (magari senza una m, ma cosa importa!) si sente verso il none mese, mentre per il padre occorre aspettare più a lungo, la gioia di sentirsi chiamare arriva verso l’anno. Poi, verso i 18 mesi, il vocabolario si fa più robusto con il bimbo che riesce a gestire dalle 10 alle 20-25 parole con un significato, che mamma e papà possono capire senza difficoltà. In molti casi, poi, riesce ad inventarsi vocaboli che fanno sorridere. È il suo modo di portare avanti un percorso che lo condurrà a breve a comporre brevi frasi (circa tre parole, ma con un significato compiuto) inserendo il verbo. E se è all’infinito, come i pellerossa dei film, non preoccupatevi. C’è tempo per la grammatica.

© Italiaonline S.p.A. 2022Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963

Parliamo “bene” ai bambini piccoli e parleranno meglio da grandi