Osteoporosi, scoperto il meccanismo per rafforzare le ossa

Gli scienziati americani hanno scoperto un meccanismo che consente di rafforzare le ossa e che potrebbe aiutarci a sconfiggere l'osteoporosi

La scienza continua a fare grandi passi alla ricerca di una cura contro l’osteoporosi: l’ultima scoperta riguarda un meccanismo che consente di rafforzare le ossa.

Un team di ricercatori americani infatti ha scoperto che bloccando alcune proteine si realizza una crescita notevole delle ossa, che diventano molto più forti. Lo studio è stato pubblicato su Nature Communications ed è solo il primo passo verso la creazione di una terapia definitiva per sconfiggere l’osteoporosi.

Questa patologia è caratterizzata da una perdita progressiva della resistenza ossea, che causa un aumento del rischio di fratture. Secondo gli ultimi dati in Italia sono state colpite da questo problema 5 milioni di persone, di cui la maggior parte sono donne. Il momento più critico è la menopausa, quando si verifica una variazione nella produzione degli estrogeni, ormoni che hanno diverse funzioni nel corpo.

Proprio partendo dallo studio degli estrogeni e dalla loro influenza sul cervello, gli studiosi dell’Università della California a San Francisco e a Los Angeles hanno scoperto un meccanismo che consente di aumentare la resistenza delle ossa. In laboratorio i ricercatori hanno bloccato i recettori degli estrogeni situati nell’ipotalamo di alcuni topi. In pochi giorni gli animali sono aumentati di peso, a crescere però non sono stati i muscoli o il grasso, ma la massa ossea.

Gli scienziati dunque hanno provato ad eliminare i recettori degli estrogeni nel cervello di topi affetti da osteoporosi. Il risultato? In breve tempo la densità ossea è aumentata del 50%. Questo, sottolineano gli esperti, è accaduto solamente per i topi di sesso femminile. Andando più a fondo nella questione gli studiosi hanno ipotizzato che normalmente gli estrogeni prelevino l’energia necessaria direttamente dalla crescita ossea, indebolendo così il sistema scheletrico.

“Siamo stati molto colpiti dalla dimensione dell’effetto – ha spiegato Holly Ingraham, a capo della ricerca -. Abbiamo capito subito che era un punto di svolta, con potenziali applicazioni per migliorare la salute delle donne”.

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