Ordine dei medici, l’omeopatia è un placebo. Non ha basi scientifiche

Secondo l'ordine di medici italiani l'omeopatia non ha basi scientifiche e svolge solo un effetto placebo

L’omeopatia non ha basi scientifiche ed è un placebo. L’accusa arriva dall’ordine dei medici, che bolla come inefficaci queste cure.

Secondo gli esperti i risultati riportati da chi fa uso di omeopatia sarebbero legati all’effetto placebo, come si legge nella scheda informativa della Fnomceo, la Federazione degli Ordini dei Medici, in cui spiegano che “diversi studi hanno evidenziato che nessuna patologia ottiene miglioramenti o guarigioni grazie ai rimedi omeopatici. Nella migliore delle ipotesi gli effetti sono simili a quelli ottenuti con sostanze inerti”.

Per la prima volta la Federazione che unisce tutti gli Ordini medici italiani ha deciso di prendere una presa di posizione netta contro la disciplina nata nell’Ottocento grazie al medico tedesco Samuel Hahnemann e oggi praticata da moltissime persone in tutto il mondo.

“Sebbene vi siano pubblicazioni di vari studi – continua il documento redatto dal dottor Salvo Di Grazia -, allo stato attuale non esistono prove scientifiche né plausibilità biologica che dimostrino la fondatezza delle teorie omeopatiche secondo i canoni classici della ricerca scientifica”.

Nella scheda inoltre i medici sottolineano che “l’effetto placebo è conosciuto da tempo, ha una base neurofisiologica nota e funziona anche su animali e bambini, ma il suo utilizzo in terapia è eticamente discutibile e oggetto di dibattito”. Con questo meccanismo viene indicato un miglioramento delle condizioni del paziente che considera efficace una determinata cura, anche se il farmaco che assume non contiene principi specifici per trattare la sua malattia.

Nonostante ciò nel nostro Paese sono molti i professionisti che continuano a prescrivere gli omeopatici. “In Italia l’omeopatia può essere praticata solo da medici chirurghi abilitati alla professione – spiegano dall’ordine dei medici -. Questa norma non intende attribuire una base scientifica a questa pratica, ma solo garantire da una parte il diritto alla libertà di scelta terapeutica da parte del cittadino e dall’altro un uso integrativo e limitato alla cura di disturbi poco gravi e autolimitanti, evitando il rischio di ritardare una diagnosi più seria o che il paziente stesso sia sottratto a cure di provata efficacia”.

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