Non solo dieta, l’approccio combinato per la sfida all’obesità

L’obesità è una patologia complessa e necessita di essere trattata non solo con la dieta: le cure possibili e i dati preoccupanti

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Quando il peso aumenta, alimentazione sana con riduzione delle calorie sotto il controllo del medico ed attività fisica sono le strategie di base per contrastare il problema. Ma se si parla di vera e propria obesità, occorre prestare attenzione alla persona nella sua globalità, valutando l’assetto ormonale, le condizioni psicologiche, fattori sociali e sanitari che possono influire sull’incremento ponderale.

Certo è che i dati relativi all’obesità in Europa diffusi ieri dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) mettono in luce una realtà davvero preoccupante, che presuppone una particolare attenzione al tema da parte dei medici e di ogni persona. Perché l’obesità va affrontata al meglio, caso per caso, con strategie mirate, anche per le sue ripercussioni sociali ed economiche.

Perché si parla di “pandemia” dell’obesità

I dati OMS sulla prevalenza dell’obesità – spiega Simona Bertoli, direttore del Centro ambulatoriale obesità di Auxologico e professore ordinario di scienze dietetiche all’Università di Milano – sono molto preoccupanti ma non stupiscono gli esperti. Da ormai molti anni si parla di pandemia dell’obesità con profonde ricadute sulla qualità e sull’aspettativa di vita. La più recente pandemia da Covid 19, ha fatto emergere quanto il soggetto obeso sia più fragile e vulnerabile rispetto ai soggetti normopeso.

Come riportato nel rapporto obesità 2021 pubblicato da Auxologico, i dati Istat italiani sono solo poco più confortanti rispetto a quelli generali europei mostrando una prevalenza media di obesità dell’11%, con un marcato gradiente Nord-Sud e un significativo aumento della prevalenza nel sesso maschile e nei soggetti più anziani. Intorno ai 50 anni, infatti, almeno la metà della popolazione adulta risulta in eccesso di peso, e nella fascia di età 65-74 anni questa supera il 60%, con la stima più elevata di obesità pari al 15,6%”.

Come occorre muoversi? Per fronteggiare l’obesità occorrono una prevenzione che passi soprattutto attraverso una presa di coscienza dei rischi legati all’incremento eccessivo di peso, oltre che trattamenti mirati caso per caso. Secondo l’esperta infatti siamo di fronte ad una vera e propria patologia cronica e non ad una semplice problematica estetica. Per questo ci vogliono approcci su misura caso per caso.

“Non siamo di fronte alla sconfitta della “dieta”, essa insieme all’esercizio fisico continua a rappresentare una valida strategia d’intervento ma non da sola – fa sapere Bertoli. L’obesità è una patologia complessa e multifattoriale e per sconfiggerla serve una terapia integrata nutrizionale, psico-comportamentale e motoria che può avvalersi anche di trattamenti farmacologici e approcci chirurgici quando necessario. La nostra esperienza clinica nella cura dell’obesità e le numerose evidenze scientifiche raccolte negli ultimi decenni dimostrano che stiamo andando “dall’obesità” “alle obesità” ossia forme di obesità diverse per cause e conseguenze, per ciascuna delle quale è necessario un percorso diagnostico e terapeutico altamente specializzato”.

Come se non bastasse, ma è facilmente intuibile essendo l’obesità grave una malattia cronica che necessita di essere seguita per tutto l’arco della vita dei pazienti, essa ha rilevanti costi sia personali che sociali. Per l’Italia si può stimare che i costi sociali dell’obesità rappresentino almeno il 4% della spesa sanitaria italiana e che il complesso dei costi sociali valga qualche punto percentuale di Pil –  sottolinea Giovanni Fattore, professore ordinario di Health Policy presso SDA Bocconi School of Management e Università Bocconi, tra gli autori del Rapporto Obesità. Pertanto, non solo l’obesità causa una drammatica perdita di anni di vita attesa e di qualità di vita, ma impoverisce le persone interessate e la società in generale sia a causa dei maggiori costi sanitari (principalmente per i rischi correlati all’obesità) sia a causa dei suoi effetti sulla capacità delle persone obese di produrre economicamente. Infatti l’obesità, essendo fattore di rischio di numerose patologie, impatta sulla perdita di giornate lavorative, sulla produttività per ora lavorata e sul prepensionamento”.

Quando si arriva al bisturi

Si può pensare ad un intervento di chirurgia bariatrica quando concomitano una serie di fattori il principale dei quali è la presenza della cosiddetta obesità grave ovvero in un paziente che abbia un BMI (body mass index o indice di massa corporea) superiore a 35. Il BMI è definito come il peso in kg diviso per l’altezza al quadrato. Il valore normale oscilla tra 18 e 25.

Oltre a questo il paziente deve avere una età tra i 18 e i 25 anni, avere in passato seguito terapie dietetiche con risultati infruttuosi, essere conscio delle conseguenze dell’intervento ed avere quella che gli anglosassoni definiscono una “buona compliance” traducibile come la disponibilità ad adeguarsi alle conseguenze dell’intervento. Sul fronte delle tecniche le opzioni sono diverse. Ma alla base ci sono due “principi” e vanno valutate caso per caso: “quello “restrittivo” ovvero ridurre la capacità dello stomaco di ricevere cibo e quello malassorbitivo ovvero indurre una modifica nell’assorbimento di quanto il paziente mangia.

Nel primo gruppo ad esempio ci sono interventi come il bendaggio gastrico e la Sleeve Gastrectomy che appartengono al primo gruppo, o il Bypass gastrico che possiede entrambe le caratteristiche. Gli interventi puramente malassorbitivi sono stati progressivamente abbandonati poiché comportano numerosi effetti collaterali. Tutti questi interventi si portano a termine con la chirurgia mini invasiva, la cosiddetta laparoscopia.