Microbolle guidate dagli ultrasuoni, cura futura per la malattia di Alzheimer

La speranza in merito potrebbe arrivare da uno studio congiunto australiano e finlandese

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Come in un videogioco. Speciali microbolle, che possono essere attivate grazie all’azione degli ultrasuoni e trasportare un farmaco facendosi strada attraverso la parete delle arterie che irrorano il cervello. In questo modo, consentono di ottenere il rilascio del farmaco stesso proprio nelle zone in cui serve, ad esempio per chi soffre di malattia di Alzheimer o altre patologia neurodegenerative.

Siamo solo all’inizio della sperimentazione all’interno dei laboratori; probabilmente in futuro questo trattamento fantascientifico potrebbe rivelarsi un’arma in più per limitare i danni della “nebbia” che ammanta il cervello e fa perdere i ricordi.

La tecnica studiata in Australia

La ricerca che prende in esame questi “trasportatori” invisibili di farmaci esattamente là dove servono è stata realizzata in Australia, dagli scienziati del QIMR Berghofer’s Cellular and Molecular Neurodegeneration Group coordinati da Anthony White e Lotta Oikari, insieme con studiosi dell’Università del Queensland e della Finlandia.

Con questo studio, i cui dettagli sono stati pubblicati sulla rivista Stem Cell Reports, per la prima volta si è andati a valutare l’utilità delle microbolle trasportatrici di medicinali in cellule cerebrali di persone che soffrivano della malattia di Alzheimer.

Grazie agli ultrasuoni in pratica si è riusciti a far sì che le microbolle caricate con i medicinali siano riuscite ad oltrepassare la cosiddetta barriera emato-encefalica, ovvero una sorta di “frontiera” che non permette il passaggio di numerosi composti dal sangue alle cellule del cervello.

Normalmente questo blocco ha un ruolo protettivo, visto che impedisce che potenziali composti tossici o comunque microrganismi nocivi possano entrare nel sistema nervoso centrale, ma proprio per questa sua funzione può limitare anche il passaggio di farmaci che invece avrebbero dei potenziali vantaggi. Associando le microbolle prodotte in laboratorio con gli ultrasuoni, le prime riescono a “scavare” invisibili percorsi capaci di far superare questa sorta di “dogana” anatomica, e quindi portare i medicinali dove servono.

Il dato è particolarmente importante perché proprio un’eccessiva azione di “blocco” di questa barriera si riscontra in diverse patologie neurodegenerative, compresa la malattia di Alzheimer. Perciò, almeno questa è la speranza, in futuro si potrebbe puntare anche su meccanismi di questo tipo per far giungere eventuali farmaci proprio dove servono.

C’è un ulteriore dato che incoraggia gli scienziati: gli effetti del trattamento combinato con microbolle e ultrasuoni sarebbero maggiormente prolungati nelle cellule nervose di pazienti con malattia di Alzheimer, rispetto a quanto avviene nella popolazione di controllo.

A caccia di amiloide

Tra le osservazioni dello studio che aprono alla speranza ce n’è una particolarmente interessante: grazie all’incunearsi delle microbolle caricate con farmaco attraverso i vasi del cervello si potrebbe anche aprire la strada all’eliminazione di beta-amiloide, la proteina che si accumula nel cervello dei malati.

Per capire come si comporta questa sostanza, immaginate una coltre di nebbia che progressivamente rende impossibile la visione. Qualcosa di simile può accadere anche nel cervello. La nebbia che si accumula è formata da una proteina, la beta-amiloide, che nel tempo si addensa tra i neuroni.

Oggi in Italia centinaia di migliaia di persone debbono fare i conti (e si arriva a milioni considerando i familiari e chi assiste i pazienti) con il problema della malattia di Alzheimer, che prende il nome dallo studioso che nel 1907 descrisse il primo caso della patologia.

Mantenere il cervello allenato, avere rapporti con gli altri, muoversi regolarmente e prestare attenzione all’alimentazione sono aspetti importanti in chiave preventiva. La vera sfida, però, è trovare nuove cure che possano davvero influire sul percorso della malattia: attualmente si può tentare di migliorare lo stato comportamentale e motorio – in minor misura quello cognitivo – ma non si incide sul decorso della patologia.

La speranza è che, in futuro, proprio dallo studio australiano possa nascere l’opportunità di far giungere farmaci innovativi esattamente dove servono, per modificare la prognosi nel tempo di questa e di altre malattie degenerative del sistema nervoso.

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ho da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica. Raccontare la scienza e la salute è la mia passione, perchè credo che la conoscenza sia alla base di ogni nostra scelta. Ho collaborato e ancora scrivo per diverse testate, on e offline.

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